Si fa prestro a dire Germania

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Nei giorni scorsi sono risuonati da più parti inviti all’Italia perchà© diventi come la Germania.
Lo si è sentito ripetere nel «salotto buono» di Cernobbio dove si danno appuntamento ogni anno i signori dell’economia e della finanza e dove si affacciano volentieri politici in cerca di visibilità   e di amicizie con i cosiddetti «poteri forti».
L’hanno ripetuto in coro molti editorialisti dei nostri quotidiani, con in testa il giornale della Confindustria «Il Sole 24 ore», seguito a ruota dal quotidiano della borghesia, imprenditoriale e non, come il «Corriere della Sera» e via a seguitare.
L’ha mandato a dire da Seul anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi con un richiamo che il ministro Giulio Tremonti, sempre da Cernobbio, ha qualificato come «roba da bambini», nel senso che secondo il ministro noi siamo già   come la Germania o poco ci manca. Dichiarazione, come spesso gli accade, permalosa e indispettita al punto da smussarla in gran fretta, come usa ormai, con smentite e acrobatiche precisazioni.
Al di là   di tutto questo florilegio di dichiarazioni, il tema è interessante e merita qualche considerazione.
La prima è una semplice constatazione: quest’anno la Germania crescerà   del 3,7%, l’area euro dell’1,9% con l’Italia ferma attorno all’1%.
Il nostro debito pubblico nel 2011 si aggirerà   attorno al 120% del Prodotto interno lordo (PIL), quello della Germania starà   sotto l’80%, la soglia tendenziale fissata dal Patto di stabilità   è del 60%, metà   del debito italiano.
Nel 2009 la pressione fiscale italiana è stata del 43,2%, quella tedesca quasi tre punti in meno.
Anche sull’inflazione, segnale inquietante da tenere d’occhio più di quanto non si stia facendo, la distanza è netta: in Italia a luglio era dell’1,8%, in Germania dell’1,2%.
Fin qui la fotografia che sembra smentire nettamente l’ottimismo del nostro ministro dell’Economia e dare ragione al governatore Draghi quando indica nella Germania un traguardo da raggiungere, consapevole che la distanza resta ancora tanta.
Una distanza così grande che ci vorrebbe un miracolo perchà© l’Italia, questa Italia, possa colmarla in tempi ravvicinati. E questo perchà© all’Italia mancano alcuni requisiti essenziali per essere in partita con la Germania.
Si comincia con le dimensioni del suo mercato interno e la sua capacità   di proiettarsi sui mercati esteri, si continua con la sua solida politica industriale mentre noi aspettiamo da mesi un ministro che se ne occupi.
Altri ancora, e più importanti, elementi discordanti riguardano la cultura sociale tedesca che pratica stabilmente la concertazione, con i lavoratori organizzati in un forte sindacato nazionale unitario – molto diverso dalla molteplicità   litigiosa di quelli italiani – con articolazioni per categorie aggregate che pesano e sono rispettate nel negoziato con gli imprenditori. Ne è derivata una relativa pace sociale, dove i diritti fondamentali dei lavoratori non sono massacrati da forme selvagge e unilaterali di flessibilità   che stanno cominciando a diffondersi un po’ troppo in Italia. Su questo si regge una dinamica di produttività   che si traduce in salari dignitosi nell’industria manifatturiera, tra i più alti al mondo. E, nonostante questo e la globalizzazione che non risparmia nemmeno la Germania, l’industria automobilistica si è ristrutturata in profondità   senza licenziamenti di massa.
Certo in Germania, oltre questa cultura sociale condivisa, c’è anche un governo che governa nel rispetto della legalità  , un sistema politico stabile grazie ad una legge elettorale che non sarà   l’unica possibile ma è lungi dall’essere la «porcata» di legge elettorale italiana, come l’ha candidamente definita il ministro che ha contribuito a farla adottare.
Così accade che un governo responsabile, quello tedesco intendiamo, abbia il coraggio di rispondere alla gravità   della crisi economica con un piano di rigore che qui nemmeno ci sogniamo, con tagli pesanti alle spese correnti e all’apparato amministrativo pubblico, ma con l’intelligenza di rafforzare gli investimenti per la ricerca e l’istruzione e una riforma del fisco che osa mettere le mani nelle tasche di quelli che i soldi li hanno.
Dirà   qualcuno che da noi perಠsi vive meglio. Lo dice anche l’»indice generale del benessere», reso pubblico proprio in questi giorni: da noi la qualità   della vita (benessere psico-fisico, salute alimentazione) è leggermente superiore a quella della Germania (6,10 punti contro 5,54 per i tedeschi). Ma andiamo subito sotto per ricchezza e qualità   dell’ambiente (5,42 contro 5,69) e precipitiamo per la qualità   del tessuto sociale (istruzione, welfare, democrazia, politica) che vede l’Italia con 2,73 punti contro i 5,46 della Germania.
Parametri ancora fragili ma da non sottovalutare, perchà© si fa presto a dire Germania e dimenticare che la strada è ancora lunga. Senza contare che forse basterebbe, con tutto rispetto per la Germania, lavorare per essere un’altra Italia. Quella che un tempo fummo e potremmo tornare a essere.

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