Unione Europea: e lo chiamavano patto di stabilità

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Ha sollevato molto polverone i giorni scorsi in Italia e non solo il voto del Parlamento europeo per il nuovo Patto di stabilità, approdato dopo lunghi e complessi negoziati al Consiglio dei ministri e adesso approvato a Strasburgo da una consistente maggioranza con 359 voti a favore, 166 contrari e 61 astensioni. 

Hanno attirato l’attenzione in particolare i voti degli europarlamentari italiani che, per ragioni diverse, non hanno figurato nella maggioranza, rifugiandosi per la maggior parte nell’astensione e altri, come i Cinque stelle, esprimendosi contro. Normale dialettica parlamentare, si è detto, meno normale il contesto in cui si è manifestata, quella di una vigilia elettorale europea che si sta surriscaldando giorno dopo giorno, contraddittori i comportamenti della maggioranza politica italiana rispetto al governo e quelli dell’opposizione rispetto alle proposte della Commissione europea.

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine, cominciando dall’inizio quando, nel 2020, per rispondere all’irruzione della pandemia l’UE decise di sospendere provvisoriamente il Patto di stabilità per consentire una finanza “espansiva” ai Paesi dell’eurozona e rispondere al pesante impatto sull’economia, consentendo di andare oltre ai parametri previsti per il deficit.

Si trattava di una misura provvisoria in attesa di elaborare un nuovo Patto di stabilità entro la scadenza di fine 2023, sulla base di una proposta della Commissione europea da sottoporre all’approvazione del Consiglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo. 

Al centro del negoziato delle nuove regole per una buona gestione delle finanze pubbliche nazionali gli obiettivi di compatibilità per bilanci europei entro parametri di stabilità dei conti pubblici, con quali ritmi di rientro dal debito e sotto quale sorveglianza comunitaria.

E qui le cose si sono complicate con l’emergere di due fronti nettamente contrapposti: da una parte i governi dei Paesi del centro-nord animati da forte rigore finanziario, gelosi della loro sovranità e poco disponibili a delegare alla Commissione il controllo del rispetto dei parametri fissati; dall’altra, i governi in difficoltà finanziarie e con un alto indebitamento che sollecitavano flessibilità per le loro manovre finanziarie. Queste ultimi, tra cui l’Italia, avrebbero dovuto fin dall’inizio sostenere la proposta della Commissione, e per essa, di Paolo Gentiloni, che prevedeva un alleggerimento delle misure per il rientro dal debito, da modulare rispetto alle reali possibilità di ognuno,  e il compito affidato alla Commissione di valutare le diverse situazioni nazionali nella gestione di queste misure.

Purtroppo non è andata così. Il governo italiano ha valutato male la sua forza negoziale di Paese fortemente indebitato e ha mancato largamente i suoi obiettivi, costretto alla fine a sottoscrivere un accordo che, se apriva qualche spiraglio, era lontano da quanto auspicato dal governo, obbligato a  fare buon viso a cattivo gioco.

Il voto europeo è stato un momento di verità non proprio incoraggiante per l’Unione che ha visto la maggioranza degli europarlamentari italiani contrastare regole europee largamente condivise a Strasburgo, aggravando l’immagine di un Paese della cui affidabilità si può dubitare, tanto più se si presta attenzione a quanto sta succedendo con il Piano di ripresa e resilienza (PNRR) e alla previsione di peggioramento del deficit e del debito.

Così alla fine la maggioranza politica italiana ha sconfessato l’operato del proprio governo e il Partito democratico, astenendosi, non avrebbe riconosciuto il ruolo svolto nella vicenda da Paolo Gentiloni, apprezzandone la proposta iniziale ma criticando comprensibilmente l’esito finale del negoziato, la cui conclusione è da addebitare largamente al Consiglio dei ministri, compresa la sua componente italiana.

Saranno anche normali dialettiche politiche, ma non sfugge a nessuno che abbiamo adesso un Patto di stabilità finanziaria ad alto tasso di instabilità politica e sociale e ce ne accorgeremo presto con la nuova legislatura europea che si aprirà dopo il voto di giugno e con le prime sanzioni già annunciate per l’Italia.

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