Guerra e pace con Bachar al-Assad

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Più di quattro anni di guerra, circa 250 mila vittime e quattro milioni di persone fuggite dal Paese sono i numeri impressionanti della guerra in Siria iniziata nel marzo 2011. Da un punto di vista geopolitico, questa stessa guerra, nelle sue varie fasi, ha dato fuoco alle polveri di un dilagante e feroce terrorismo, ha modificato, con la guerra contro il sedicente Stato islamico sunnita le frontiere tra Siria e Iraq, ed infine è stata ed è “guerra per procura” dove si giocano interessi locali, regionali e internazionali.

Senza successo i tentativi diplomatici di risolvere questa infinita guerra. Ci sono state le due Conferenze di Ginevra (giugno 2012 e gennaio 2014) che non hanno approdato ad alcun risultato e a nulla sono valsi i tentativi di Stati Uniti e Europa di far adottare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU una ferma condanna del regime siriano e la richiesta di un abbandono del potere da parte di Bachar al-Assad. A tenere in sella il dittatore infatti è stata, insieme alla Cina, la determinazione della Russia e del suo Presidente Putin che, in quella regione, ormai quasi tutta in fiamme, ha pazientemente tessuto la tela di un nuovo e cinico protagonismo del suo Paese. Affiancata dall’Iran, ormai riabilitato sulla scena internazionale dopo lo storico accordo sul nucleare del luglio scorso, la Russia ha visibilmente aumentato in questi ultimi giorni la sua presenza militare in Siria, spiegando che il terrorismo si può combattere e vincere attraverso una sola e grande alleanza di tutti gli attori presenti nella regione: Bachar al-Assad in primis.

La proposta di Putin, illustrata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, da una parte non sorprende, dall’altra mette in serie difficoltà Stati Uniti ed Europa: se da un punto di vista politico e militare va riconosciuto che la lotta a Daesh, condotta dall’attuale coalizione internazionale, non ha portato finora ad alcun risultato, da un punto di vista diplomatico appare estremamente difficile accettare di dover negoziare con qualcuno che ha così pesantemente ferito il suo popolo e aperto le porte al più violento terrorismo. Eppure, viste le disastrose conseguenze umane che questa guerra continua a generare, in particolare l’ondata di profughi, la pace è più che mai necessaria. Nel contesto mediorientale che si è venuto a creare, incrocio ormai di tutti i conflitti, da quelli locali etnici e religiosi, a quelli regionali e internazionali, la pace sembra avere un prezzo molto alto. E la proposta di Putin non fa altro che svelare solo una parte dei nuovi, possibili e inquietanti scenari che potrebbero definirsi all’orizzonte.

Una prima risposta a Putin è arrivata tuttavia dalla Cancelliera Merkel, con parole che parevano impronunciabili per un leader europeo solo alcune settimane fa. Nella Conferenza stampa che concludeva il Vertice UE sui richiedenti asilo, le parole della Cancelliera sono state chiare: «Dobbiamo parlare con diversi attori, incluso Assad, che potrebbe prendere parte al processo di transizione». Una dichiarazione subito sostenuta e condivisa persino dal Presidente turco, Erdogan. D’altro canto il Presidente francese Hollande, se da una parte propone di convocare una nuova Conferenza di pace, una specie di Ginevra 3 sotto l’egida dell’ONU, dall’altra lancia i primi attacchi aerei sulla Siria contro lo Stato islamico. Una manovra quest’ultima che interroga, in primo luogo sul significato della coincidenza con le proposte russe e, in secondo luogo, sulle divisioni politiche che si creeranno in seno all’Unione Europea al riguardo, come già risulta dal dissenso espresso dal Governo italiano, memore dello sciagurato intervento in Libia.

Il percorso per la pace in Siria è stato ed è estremamente tortuoso e pericoloso e le poste in gioco sono enormi. Resta da capire ora quali saranno gli sviluppi di questa nuova prospettiva disegnata dalla Russia e quali saranno le speranze che ragionevolmente si potranno nutrire per una pace condivisa da tutti gli attori coinvolti, UE compresa.

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