Ue-Italia: settembre, tempo di migrare

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Chissà che con l’avvicinarsi dell’autunno non ci sia qualcuno tra i nostri politici, che con auspici diversi, non ricordi i noti versi di Gabriele D’Annunzio:

“Settembre andiamo. E’ tempo di migrare…

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor di acqua natìa

rimanga ne’ cuori esuli a conforto

che lungo illuda la lor sete in via…”

Il bello della poesia è nella libera interpretazione di chi l’accosta. Come potrebbe essere il caso, in questa vigilia di autunno difficile per l’Italia, per chi sta al governo o all’opposizione nel Paese, ma anche per chi in Europa guarda con crescente inquietudine a quanto accade dalle nostre parti.

Cade in autunno un appuntamento importante dei governi europei con i loro cittadini e con l’Unione Europea. Settembre e ottobre sono i mesi nei quali ogni Paese UE deve fare chiarezza sui propri conti pubblici e la loro destinazione, nel rispetto di regole liberamente condivise e scritte nero su bianco nei Trattati europei.

In materia sono stati sottoscritti dei vincoli a salvaguardia dell’equilibrio finanziario ed economico nei Paesi UE e l’autunno è la stagione per verificarne l’applicazione. Scadenza non rinviabile è quella della legge di bilancio, detta anche di stabilità o finanziaria, nella quale il governo, da buon padre di famiglia – “papà”, direbbe Matteo Salvini – si impegna a far quadrare i conti tra entrate e uscite dello Stato, evitando squilibri che avrebbero in futuro costi  insopportabilmente alti.

Il problema particolare dell’Italia sta nel fatto che su questo delicato esercizio di bilancio pesa da decenni un debito pubblico consolidato che supera il 130% della ricchezza del Paese, più del doppio della soglia da avviarsi a rispettare. E quest’anno a ciò si aggiunge l’irresistibile tentazione di onorare disinvolte promesse elettorali che da una parte, con la cosiddetta “flat tax” o tassa piatta – ma che il preveggente ministro Toninelli aveva corretto come “progressiva” – riduce le entrate fiscali e, dall’altra, con il miraggio del “reddito di cittadinanza” dilata le uscite, proprio in un momento in cui l’Italia ha non rinviabili priorità per investimenti, in particolare in infrastrutture, come dovrebbe ricordare il crollo del ponte Morandi a Genova e non solo.

Si aggiungano a questo, per fare buon peso, le tensioni alimentate con poca accortezza da pezzi del governo italiano con l’Unione Europea, prendendone a bersaglio il bilancio, dal quale riceviamo contributi importanti e ricaviamo, a fronte del differenziale tra quanto versato e ricevuto, significative opportunità commerciali, economiche e politiche, come Brexit insegna.

A prima vista non sembra annunciarsi per l’Italia una vigilia tranquilla per la sostenibilità dei suoi conti pubblici, come già ha fatto capire la consistente fuga di capitali stranieri dall’Italia (76 miliardi solo tra maggio e giugno), la crescita degli interessi sul debito, aumentati ad oggi di almeno quattro miliardi, e  la difficoltà a piazzare i nostri Buoni del Tesoro.

Non c’è bisogno di altre conferme da parte delle Agenzie di rating per essere preoccupati per quanto potrebbe accadere in autunno, salvo che qualcuno colga l’occasione, a settembre, di migrare verso la realtà e pensare anche al futuro dell’Italia.

Nonostante che nell’aria ci sia chi invece considera l’autunno tempo di vendemmia e si prepara ad elezioni anticipate, per carpire consenso prima che i cittadini elettori si rendano conto del baratro che potrebbe aprirsi sotto i loro piedi.

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