L’onda lunga del flusso dei migranti tra noi

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Ha generato comprensibili interrogativi la decisione del Governo di ripartire i migranti arrivati in Italia nelle diverse regioni e province, settecento in provincia di Cuneo. In particolare ha sollevato critiche un po’ ovunque in Italia la mancata concertazione tra il governo centrale e gli Enti locali e l’insufficienza di risorse messe a disposizione per l’accoglienza.

Queste giuste richieste non devono impedire una riflessione ragionata sulle dimensioni complessive del fenomeno migratorio che da anni investe l’Unione Europea, senza che si sia riusciti ad adottare politiche di lungo periodo che vadano al di là di interventi di emergenza quando da tempo dovremmo avere capito che ormai non di emergenza si tratta.

Guardiamo all’Italia, affidandoci ai numeri forniti da fonti ufficiali. Dopo la pausa imposta dal Covid alla mobilità delle persone, si è registrato in Italia un flusso crescente di migranti, passati nel periodo da gennaio fino a metà luglio dai 31.920 del 2022 ai 75.065 del 2023. Ad oggi la loro redistribuzione nelle regioni italiane si colloca al 23% del totale in Lombardia, seguita dal Lazio (12,3%), Emilia-Romagna (10,9%),Veneto (9,8%), Toscana (8,2%) e Piemonte (8,1%), il tutto nel quadro di una accoglienza diffusa che offre migliori opportunità di inserimento, non senza difficoltà particolari da parte di Comuni più piccoli.

Sappiamo quanto resti irrisolta nell’Unione Europea una politica migratoria comune e come i tentativi fatti in questi ultimi tempi per una equilibrata redistribuzione dei migranti si sia urtata alla chiusura di molti Paesi, Polonia e Ungheria ma non solo, contrari anche ad un “obbligo flessibile” di accoglienza, che ancora aspetta una decisione da parte del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo.

Tutto questo mentre due dinamiche convergono per aggravare la situazione: le conseguenze della guerra della Russia in Ucraina e l’aggravamento della crisi climatica che annunciano nuovi più importanti flussi migratori. 

Nel primo caso, che già aveva provocato un flusso di milioni di profughi, la minaccia di bloccare l’esportazione di grano e altri prodotti agricoli dall’Ucraina lascia intravvedere quali conseguenze drammatiche potrebbero colpire in particolare i Paesi dell’Africa e alimentare lo spettro della fame. A questo si aggiungono, in una miscela esplosiva, i rischi di un’impennata delle migrazioni climatiche che spingeranno nuovi flussi migratori da quel sud, serbatoio di giovani in fuga da guerre e fame e territorio da sempre bersaglio di predatori, oggi in particolare Cina e Russia, ma ieri largamente e a lungo depredati dai Paesi europei.

Anche, e soprattutto, di questo dobbiamo tenere conto quando leggiamo i numeri dei flussi migratori che hanno origine nella dominazione europea in tempi lontani, non ancora riscattata dal processo di decolonizzazione degli anni ‘60, ancora in attesa di essere portato a compimento. 

Oggi paghiamo ingiustizie commesse in passato ed è venuto il momento di attivare una “giustizia riparativa”: fin da subito, accogliendo chi è stato vittima del nostro cosiddetto “modello di sviluppo” e avviando nuove e più efficaci politiche di cooperazione, possibilmente senza pagare il “pizzo” ai dittatori sull’altra sponda del Mediterraneo.

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