Siria, una guerra dimenticata o una pace in vista?

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Molte le iniziative diplomatiche che si incrociano in questi ultimi giorni per cercare un passaggio verso una soluzione politica della guerra in Siria.

Sei anni di conflitto, più di 300.000 vittime, un quarto della popolazione costretto a lasciare il Paese e a chiedere rifugio e protezione internazionale nei Paesi vicini o in Europa, sono le cifre che descrivono una delle più gravi crisi umanitarie del dopoguerra.

Paese vittima prima di una guerra civile fra ribelli e il regime di Bachar al Assad e poi sconvolto dal terrorismo del sedicente Stato islamico, la Siria è stata ed è tuttora anche teatro in cui si confrontano e si intrecciano interessi geopolitici regionali ed internazionali e dai quali oggi dipende il futuro prossimo e a lungo termine della pace.

Primo attore ormai sullo scacchiere mediorientale, la Russia ha preso in mano, già dal settembre 2015, le sorti della Siria, sostenendo senza cedimenti, militarmente e politicamente, il dittatore Bachar al Assad, proteggendolo da ogni condanna proveniente dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e dalla comunità internazionale e lavorando, con sottile diplomazia, per non escludere il dittatore da futuri negoziati per una transizione politica del Paese. Una condizione, quest’ultima, ormai finita in secondo piano anche se è sempre stata presente fra le esigenze delle varie componenti dell’opposizione a Bachar e soprattutto, fra quelle della comunità internazionale nei suoi vari e fallimentari tentativi di Conferenze di pace a Ginevra.

Sul terreno di guerra, la sconfitta quasi definitiva del sedicente Stato islamico e la quasi disfatta dell’opposizione a Bachar aprono quindi la prospettiva di porre fine al conflitto, una prospettiva largamente nelle mani della diplomazia russa e dei suoi alleati regionali: Iran da una parte e Turchia dall’altra. Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2018, Putin gioca a fondo la carta del successo in politica estera, inquadrandola in un contesto di più ampio respiro regionale e internazionale:   sulla scia infatti dei colloqui di Astana, che avevano avuto il merito di ridurre l’intensità del conflitto con l’introduzione di zone-cuscinetto, il Presidente russo ha voluto raccogliere un vasto consenso politico  prima di dar vita e legittimità al futuro Congresso di « dialogo nazionale » siriano, che ha l’obiettivo di mettere intorno al tavolo governo e opposizione per la ricostruzione di una futura, nuova Siria.

Per portare a termine questa delicata e sensibile missione diplomatica che si snoderà in parallelo all’iniziativa ONU di Ginevra, Putin, oltre ad aver convinto Iran e Turchia, ha già raccolto l’accordo degli Stati Uniti in occasione del viaggio di Trump in Asia e ha appoggiato l’incontro delle varie componenti dell’opposizione a Bachar, promosso dall’Arabia Saudita con l’obiettivo di definire una posizione comune per la prossima Conferenza ONU di Ginevra, prevista per il 28 e 29 novembre.

Nell’attesa della riunione del Congresso di dialogo nazionale, previsto a breve a Sochi e dal quale sembrano ingiustamente esclusi i curdi, le discussioni in corso a Ginevra affronteranno i temi di una governance inclusiva, di elezioni trasparenti e dell’elaborazione di una nuova Costituzione. Tutti temi fondamentali per una transizione politica e pacifica in Siria. Come si incroceranno i due processi, è ancora difficile dirlo, anche se Putin parla di Sochi come di uno stimolo per i negoziati di Ginevra. Certo è che, se la guerra non è del tutto finita, il cammino della diplomazia non si presenta facile sia a livello regionale che a livello internazionale, ma rappresenta tuttavia una nuova fragile speranza di pace.

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