Macron en marche… arrière!

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Due mesi sono pochi per fare un bilancio di un mandato presidenziale, come quello francese, che dura cinque anni. E’ però anche vero che il buongiorno si vede dal mattino e quello che sembra annunciare Emmanuel Macron, all’Europa e all’Italia, non sembra proprio un gran buon giorno.

Un gran buongiorno era parso – e vogliamo credere che ancora sia – quel 7 maggio scorso quando il giovane candidato alla presidenza, ex-ministro di Hollande, messosi in salvo in tempo dalla disfatta socialista e inventore del nuovo movimento “En marche!”, aveva alzato una diga contro la marea nazional-populista che minacciava da destra e sinistra Francia ed Europa.

Era parso anche di buon augurio per Macron, e per le sue generose promesse in campagna elettorale, il grande conforto ottenuto con le successive elezioni legislative che avevano dato in Parlamento una maggioranza assoluta al suo movimento, consentendogli di mettere in esecuzione il suo programma.

Sono però bastati due mesi da quelle vittorie per andare a sbattere, in particolare su improvvisate misure sociali e su un aspro scontro con il potere militare. Passi falsi o maldestri immediatamente registrati dai sismografi dei sondaggi che hanno rilevato un’inattesa caduta del 10% della popolarità del giovane Macron.

Sarà per rifarsi da questa caduta, sarà perché una delle regole antiche della politica resta quella di cercare nella politica estera una rivalsa sulle difficoltà in politica interna o, più semplicemente, sarà per rafforzare l’immagine del giovane Principe che il neo-presidente francese ha moltiplicato le sue iniziative sul fronte esterno.

Ha iniziato con la monarchica messinscena dell’accoglienza a Putin nella reggia di Versailles per continuare con un sorprendente invito di Donald Trump a Parigi, senza trascurare incontri ravvicinati con la Cancelliera, vicina esigente ma anche indispensabile partner per ricostruire il logoro asse Parigi-Bonn. Esauriti per ora questi preliminari “imperiali”, Macron ha preso alcune iniziative di particolare interesse per l’Italia. In ordine di tempo: la chiusura delle frontiere francesi ai migranti approdati in Italia, la promozione di un fragile accordo tra i due poteri post-kaddafiani che si contendono la Libia, la nazionalizzazione “provvisoria” dei cantieri navali di Saint-Nazaire per sottrarne la proprietà all’italiana Fincantieri e, infine, per fare buon peso, il provvisorio congelamento del progetto dell’Alta velocità tra Francia e Italia. In questa lista Cuneo potrebbe anche aggiungerci i rallentamenti dei lavori al tunnel di Tenda. Troppe iniziative unilaterali, convergenti e non coordinate, che male si addicono a colui che, il giorno del suo insediamento, si è presentato come il nuovo campione dell’europeismo al suono dell’inno europeo, l’ “Ode alla gioia” di Beethoven.

Una gioia non condivisa da questa parte delle Alpi – ma forse nemmeno al di là del Reno – da un’Italia impegnata da tempo, e in solitudine, in favore dell’accoglienza dei migranti e in un faticoso lavoro di tessitura con i confusi interlocutori libici, alla ricerca di un dialogo politico in assenza del quale il flusso dei migranti non potrà essere governato. Si tratta di due iniziative non proprio coerenti, da una parte con la tradizionale leggenda degli ideali alimentati dalla Rivoluzione francese e, dall’altra, con una politica europea di pacificazione alle frontiere, proprio in un Paese come la Libia che nel 2011 venne messo sottosopra proprio da Francia e Gran Bretagna, con evidenti mire neo-coloniali sulle ricche risorse energetiche della regione.

Solo apparentemente diverso, soltanto più complesso, il disegno che ha portato Macron, araldo delle privatizzazioni, alla nazionalizzazione dei cantieri navali di Sain-Nazaire per impedire che la maggioranza della proprietà finisse nelle mani di Fincantieri. Si intravvede qui il profilo non troppo sorprendente del neo-protezionista Macron, così vicino a Trump e così lontano dal processo di integrazione europea. Anche qui a prevalere è l’”interesse nazionale”, non proprio un salutare viatico per questa Unione Europea alla ricerca di un nuovo slancio e di un futuro come unione politica. Senza contare i retropensieri che accompagnano questa operazione quando si ha a mente il potenziale di industria militare che comportano quei cantieri e la difficoltà di muovere primi passi coordinati in materia di una politica della difesa comune, adesso che la Gran Bretagna sembra togliere il disturbo e rendere questa strada meno contrastata.

Resta il fatto che in questi tempi in Europa molto si sta muovendo, se per il verso giusto non è ancora sicuro.

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