Bilancio UE, pomo della discordia

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Rischia di non essere un bello spettacolo il prossimo Consiglio europeo del 22 e 23 novembre a Bruxelles. E non è nemmeno sicuro che due giorni di negoziati basteranno a smaltire i veleni circolati abbondantemente nelle vene esauste dell’Unione Europea e a sciogliere i perversi intrecci che si sono andati annodando in questi ultimi mesi: dalla difficoltà a far digerire nei 25 Paesi che lo avevano sottoscritto il “fiscal pact” alle manovre per ritardare l’avvio dell’unione bancaria e adesso adottare il bilancio per il 2013 e, soprattutto, il quadro finanziario per il settennio 2014-2020.

Troppi pezzi d’Europa al tavolo del negoziato per un bilancio unico accettato da tutti i 27 Paesi, più la Croazia che entrerà nell’UE l’estate prossima. Il segnale per l’apertura delle ostilità l’aveva dato David Cameron a inizio autunno facendo balenare l’ipotesi di due bilanci separati, uno per l’eurozona e uno per gli altri, tra cui la Gran Bretagna, e minacciando comunque il veto se non fossero state ridotte le risorse dell’unico bilancio comunitario.

La Gran Bretagna, come da copione, parlava per sé e per i suoi interessi nazionali ma sapeva di avere in favore dei tagli al bilancio sponsor di peso, a cominciare dalla Germania, assecondata dagli altri Paesi “rigoristi” come l’Olanda, la Svezia e l’Austria. Un asse difficile da contrastare per i Paesi “solidaristi” delle periferie europee, tanto a sud come a est. Nello scontro l’Italia ha dato l’impressione di stare con entrambi i contendenti, prima sposando il rigore e lasciandolo credere a Gran Bretagna e Germania, salvo poi rendersi conto delle conseguenze che le sarebbe toccato pagare.

C’è voluto un momento, ma finalmente la proposta di mediazione del Presidente Van Rompuy ha aperto gli occhi ai negoziatori italiani. La riduzione delle risorse per il periodo 2014-2016 di circa 80 miliardi di euro, a fronte del taglio di 200 miliardi richiesto da inglesi, olandesi e svedesi e dei 100 miliardi dei tedeschi, si tradurrebbe per l’Italia in mancati finanziamenti europei di 4,5 miliardi di euro per la politica agricola e dai 6 ai 9 miliardi per i fondi strutturali oltre che su capitoli quali la ricerca, l’immigrazione e altri.

Per resistere nel braccio di ferro sulla politica agricola, già comprensibilmente tagliata nel passato, l’Italia potrà contare sulla Francia, oltre che sui Paesi delle periferie sud-est il cui peso negoziale non è però di grande aiuto.

Intanto però l’Italia, nella proposta sul tavolo, continuerà a restare un “contributore netto”, versando nel bilancio UE circa 5 miliardi di euro in più di quanto non riceva di ritorno. La Gran Bretagna per questo sbilancio riceve da anni un sostanzioso rimborso dagli altri Paesi membri: non è una ragione perché l’Italia pretenda altrettanto, vista la sua visione dell’integrazione europea e i vantaggi, politici e commerciali, che ne ricava. Ma neanche sarà il caso che il governo italiano se ne dimentichi al tavolo dei negoziati, dimostrandosi arrendevole e finendo con l’essere, in casa, “forte con i deboli” e, a Bruxelles, “debole con i forti”.

Sconforta questa Unione disunita, divisa non solo tra Paesi forti e Paesi deboli, ma anche da due visioni del progetto europeo, mercantile per gli uni e politico per gli altri, e da due politiche economiche: da una parte, rigore per il risanamento dei conti pubblici costi quello che costi (Grecia, Spagna insegnano, l’Italia sta cominciando a capirlo) e, dall’altra, politiche per la crescita, anche a costo di non impiccarsi al pareggio di bilancio nel 2013, evitando così di impiccare ulteriormente lo sviluppo e l’occupazione.

Difficile riuscirci in questa Europa lacerata da troppe divisioni tra loro intrecciate a formare il tessuto avvelenato che, come nel mito della camicia del centauro Nesso, rischia di soffocarla.

 

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