Difficile governare a turno l’Unione Europea

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Sono in tanti, anche troppi, a governare l’Unione Europea. A capo di tutto il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, creato nel 1979 e presieduto da un Presidente in carica due anni e mezzo e rinnovabile una volta; delle politiche comunitarie si occupa il Consiglio dei ministri dei 27 in collaborazione, spesso subordinata, affiancato come co-legislatore dal Parlamento europeo e agli affari correnti di dedica la Commissione europea, dotata di un potere di iniziativa e di esecuzione delle decisioni di Commissione e Parlamento.

Come se non bastasse, fin dal 1958, è stata creata una presidenza semestrale del Consiglio dei ministri nella quale si alternano oggi a turno i governi dei 27 Paesi membri, al timone dell’UE in ordine alfabetico. Di qui alle elezioni europee del 2024 saranno di turno, nell’ordine, Repubblica ceca, Svezia, Spagna e Belgio: i primi due di più recente adesione, la Spagna dal 1985 e il Belgio dal 1958, a segnare profili politici diversi, con visioni differenti del progetto europeo e con un’esperienza di governo UE non comparabile, specie se si pensa alla Repubblica ceca, alla sua seconda prova al timone dell’UE.

Tutto questo per valutare la forza reale di una presidenza in un’Unione Europea dove “tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri”, come appare evidente dal passaggio del testimone dalla Presidenza francese a quella ceca.

La Repubblica ceca è l’erede di una grande storia confermata dal coraggio dimostrato a cavallo degli anni ‘70, quando ancora si chiamava Cecoslovacchia, e poi in anni più recenti con la presidenza una di una figura della statura culturale e politica di Vaclav Havel.

Fino a poco tempo fa la Repubblica ceca era una componente convinta del gruppo di Visegrad, dove era in compagnia di Slovacchia,Ungheria e Polonia; dopo l’invasione della Russia anche questo Paese, insieme con la Polonia, ha rotto quel fronte euroscettico, lasciando in relativa solitudine l’Ungheria di Viktor Orban.

Il 1° luglio, in apertura del suo semestre di turno alla presidenza del Consiglio dei ministri, il governo ceco ha presentato le sue priorità alla guida dell’UE, naturalmente nel quadro degli orientamenti politici del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo. Nel documento programmatico non ci sono grandi sorprese: si comincia con la gestione della crisi dei rifugiati e le prospettive di ricostruzione dell’Ucraina per continuare con la sicurezza energetica. Non manca nella lista il tema della difesa e della sicurezza nel ciberspazio per concludere con la strategia per il rilancio dell’economia europea e la resilienza delle istituzioni democratiche. Un programma che basta e avanza per un semestre complicato come quello che ci aspetta e che molto dipenderà dall’evoluzione della guerra in Ucraina e dalle crescenti tensioni internazionali, temi riservati in priorità ai Capi di Stato e di governo dell’UE.

Non è senza significato che ultima nella lista sia ricordata la questione della democrazia nelle Istituzioni UE e non solo, anche per non dimenticare del tutto le raccomandazioni formulate dalla “Conferenza sul futuro dell’Europa”, tema particolarmente caro a Emmanuel Macron, indebolitosi molto dopo le elezioni francesi e nel protrarsi della guerra.

Non stupisce che nella lista manchino due priorità che premono sull’Europa: la lotta al surriscaldamento climatico e il “Piano migrazioni”, due temi non proprio di prima scelta per un Paese in forte ritardo industriale ed energetico e da tempo ostile all’accoglienza dei migranti.

Qualcuno si consola al pensiero che si tratta di una presidenza che durerà solo sei mesi, ma non bisogna dimenticare che si tratta di un periodo decisivo per la pace in Europa e per il rilancio dell’Unione Europea e che alla presidenza della Repubblica ceca succederà quella della Svezia, un Paese non desideroso di “più Europa” e adesso anche alle prese con il suo futuro ingresso nella Nato, con i problemi che si prospettano con il vicino russo e per la gestione dell’ignobile accordo con la Turchia per i diritti dei curdi.

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