Le libertà negate in Turchia

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Reporter senza frontiere (RSF) pubblica ogni anno, verso aprile, un rapporto in cui misura la Libertà di stampa nel mondo e classifica 180 Paesi secondo alcuni criteri ben definiti: il pluralismo dei mezzi di informazione, l’indipendenza, il rispetto per la sicurezza e la libertà dei giornalisti e il contesto legislativo, istituzionale e infrastrutturale nel quale operano i mezzi di informazione. Quando la situazione in un determinato Paese diventa particolarmente critica, RSF aggiorna la relativa scheda e richiama l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sui pericoli che corre la libertà d’espressione, e con essa la democrazia, in quel determinato Paese.

È il caso della Turchia, che, con il tentativo fallito di golpe del 15 luglio scorso e l’imposizione dello stato di emergenza (tra l’altro prorogato di altri tre mesi dal 19 ottobre), si è lanciata, per mano del suo Presidente Erdogan, in una gigantesca repressione che non ha risparmiato nessun settore della società: istruzione, università, polizia, magistratura, esercito e stampa.

A proposito di stampa, RSF denuncia infatti l’uso dello stato d’emergenza per mettere a tacere qualsiasi voce indipendente o d’opposizione al regime e per cancellare quel pluralismo necessario alla sopravvivenza della democrazia. Anche la libertà di stampa e di espressione è quindi gravemente in pericolo in Turchia: gli ultimi attacchi riguardano l’arresto, il 31 ottobre scorso, di 13 giornalisti e del direttore della principale testata indipendente, Cumhuriet, testata nota per il suo impegno in favore della libertà di espressione e insignita, l’anno scorso, del premio Right Livelhood Award, una sorta di premio Nobel alternativo assegnato da una Fondazione svedese.

Non solo. Erdogan, nella sua rinnovata e determinata lotta contro i curdi, ha fatto chiudere con un decreto altre quindici testate giornalistiche vicine al movimento politico curdo (oltre al centinaio già chiuso nel mese di luglio), e una ventina fra canali televisivi e stazioni radio. L’accesso a Internet è fortemente disturbato e controllato in tutto il Sud Est del paese. Insomma, in Turchia, se Erdogan non si ferma, non esisterà più un solo mezzo di informazione libero e in grado di raccontare una verità diversa da quella del regime.

Ma l’attacco più grave alla democrazia e alla libertà è giunto il 4 novembre, con l’arresto di dodici parlamentari del Partito filo curdo Hdp, Partito democratico del Popolo, nonché del suo leader Selhattin Demirtas. L’accusa è sempre la stessa e cioè il presunto legame con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato alla stregua di un’organizzazione terroristica. Un’accusa sempre smentita dall’Hdp, il quale, alle elezioni del giugno 2015 aveva ottenuto il 12,7% dei voti, diventando la principale forza di opposizione in Parlamento al partito di Erdogan, l’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Naturalmente, dopo gli arresti, il Governo turco ha bloccato l’accesso ai principali social network nel paese.

L’arresto di parlamentari, eletti dal popolo, ha giustamente scosso la comunità internazionale e messo in imbarazzo anche l’Unione Europea, che in questi ultimi mesi aveva chiuso gli occhi di fronte alle pericolose derive autoritarie di Erdogan.

Intanto dalla Turchia si alzano voci inquiete e di denuncia sul grave pericolo che corre oggi la democrazia, voci che non esitano a dire che il Parlamento ha subito, dopo quello del 15 luglio, il peggiore degli attacchi e cioè quello di imbavagliare e distruggere il pluralismo politico.

 

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