Costituzioni in cantiere

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Tra le non molte cose che in questa stagione l’Italia condivide con l’Europa vi è sicuramente il «cantiere costituzionale». Mentre nel nostro Paese il Parlamento ha adottato con i soli voti della maggioranza una più che discussa riforma, in Europa il progetto di Costituzione, dopo essere stato ratificato dalla maggioranza dei Paesi membri, aspetta di conoscere il suo destino nella risposta dei Paesi che ancora non si sono pronunciati. In entrambi i casi, l’entrata in vigore deve fare i conti con verifiche referendarie e, si spera, con un forte coinvolgimento popolare. Singolari similitudini e simultaneità   di eventi che possono suggerire qualche riflessione comune, senza tuttavia fare confusione tra vicende tra loro molto diverse.

Il Trattato costituzionale europeo
Sulla vicenda costituzionale europea già   abbiamo avuto occasione di tornare più volte: prima per illustrare origine e contenuti del Trattato costituzionale, poi per seguirne i negoziati in vista dell’adozione da parte dei Governi, avvenuta a Roma il 29 ottobre 2004 e infine per commentare il processo di ratifica e in particolare l’esito negativo dei referendum francese ed olandese. Dopo che il Consiglio europeo di Bruxelles nel giugno scorso ha deciso una «pausa di riflessione» nel percorso di ratifica, impegnandosi a tornare sul tema nel Consiglio europeo del prossimo giugno (anche se tutti sanno che per vederci un po’ più chiaro sarà   necessario aspettare le elezioni presidenziali francesi del 2007), un assordante silenzio è calato sull’argomento. Sarebbe bello poter pensare che un tale silenzio derivi dalle esigenze di una meditazione profonda e dedurne che la Costituzione europea in quel silenzio riprende a vivere e l’Europa a ritrovare slancio per il suo futuro. Non sembra infatti si addica a questa situazione il proverbio secondo il quale «fa più rumore un albero che cade che non una foresta che cresce»: perchà© se è sicuro che molto rumore hanno fatto i NO francese ed olandese, è meno sicuro che nel silenzio di questi mesi stia crescendo una volontà   di nuova vita da parte degli altri alberi della foresta europea. Per convincersene basterebbe pensare al fallimento del semestre di Presidenza inglese o alle dichiarazioni aggressive verso l’Unione europea da parte di governi come quello polacco, appena insediato o di quello italiano che questa musica la suona da tempo in un crescendo che ci accompagnerà   fino alle prossime elezioni politiche. Ma sulla Costituzione europea, il silenzio. Non nuovo per la verità   nel nostro Paese che pure la ratificಠquasi subito: così rapidamente che pochi se n’accorsero e ancor meno furono gli italiani che poterono conoscerne in modo adeguato i contenuti. Ma c’è ancora tempo per riparare e benvenuta è ogni iniziativa che promuova questa conoscenza e magari stimoli dibattiti analoghi sulla nostra Costituzione repubblicana.

Il referendum sulla Costituzione italiana
Un testo costituzionale non è un documento politico qualunque: è un patto di cittadinanza che fissa, o dovrebbe fissare, precise regole di convivenza nella comunità   in cui si vive, affermando diritti universali e poteri regolatori che ne garantiscano l’esercizio attraverso politiche di sviluppo e di solidarietà   sull’intero territorio. Seppure con un profilo giuridico diverso, questo era l’obiettivo perseguito dal Trattato europeo, in particolare nelle sue due prime parti più sostanzialmente costituzionali, parzialmente contraddette da una terza parte (quella sulle politiche) meno improntata alla solidarietà   affermata nei principi. E qui è singolare la similitudine con la vicenda costituzionale italiana il corso. Ben 53 articoli della nostra Costituzione sono stati modificati senza apparentemente toccare la prima parte, quella che contiene i principi e le regole della nostra democrazia repubblicana. Una modifica rilevantissima, adottata a maggioranza, su aspetti apparentemente solo operativi in nome di una maggiore efficienza dello Stato. Ma modifica che in realtà   incide profondamente sulla vita della comunità  , minacciandone, con la «devolution», la dimensione solidale e mettendo a rischio, con la correzione delle competenze dei diversi poteri statuali, la stabilità   politica che è condizione del buon governo e dello sviluppo.
Su queste modifiche gli italiani saranno chiamati ad esprimersi attraverso lo strumento del referendum di cui conosciamo i limiti, ma al quale non puಠessere negato un merito: quello di rendere possibile l’esercizio di una sovranità   popolare messa in questi anni a dura prova nel nostro Paese, dove sovrane regnano le televisioni, le promesse e le smentite .E allora ben venga un dibattito ampio sul nostro futuro che questo presente ci sta preparando: ne ha bisogno l’Italia ormai ad un bivio, come ne ha bisogno l’Europa per darsi un avvenire con la sua Costituzione. Con la speranza che quel futuro l’Italia torni a condividerlo con l’Europa, grazie ad una Costituzione solidamente ancorata ad una cultura dei diritti e della solidarietà  .

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