Cina e Iran, autocrazie sotto pressione

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Sfilano sui media, ormai da alcuni giorni a questa parte, immagini di importanti manifestazioni di protesta in Cina, manifestazioni che non si erano più viste dal 1989 e ricordate come le proteste di Piazza Tienanmen, conclusesi nel sangue e nella repressione.

Per chi conserva la memoria di quel 1989 in cui i venti della libertà e della democrazia soffiavano in tante direzioni tanto da far cadere il muro di Berlino, ricorderà l’immagine simbolo di quei giorni a Pechino, di quel ragazzo solo e disarmato che cerca di bloccare con il suo corpo una colonna di carri armati. Da allora sono trascorsi trentatré anni, la Cina è cresciuta e cambiata in silenzio, è diventata una nuova potenza mondiale in competizione strategica con gli Stati Uniti e rincorre, per il suo sviluppo economico e commerciale, un’antica Via della seta che ha già trovato, da tempo, approdo anche in Europa.

Le manifestazioni di questi giorni, cosa rara in Cina, rivelano tuttavia un malessere della popolazione che sembra attraversare l’intero Paese, manifestazioni che chiamano nelle piazze persone provenienti da vari ceti sociali, stanche di una rigidissima politica “zero covid” che, da tre anni a questa parte, costringe milioni di persone a vivere intermittenti lockdown, con tutte le ricadute sociali, economiche e soprattutto di necessaria pazienza  che una tale politica comporta. La scintilla che ha innescato tali proteste è stato l’incendio in un edificio residenziale a Urumqi, nello Xinjiang, il quale, a causa delle restrizioni Covid, ha rallentato i soccorsi e causato la morte di dieci persone. 

Mentre il resto del mondo sembra essere in parte uscito dalla pandemia di Covid 19, grazie in particolare alla somministrazione generalizzata di adeguati vaccini, in Cina i contagi continuano ad aumentare e l’ostinata scelta politica del contenimento e dell’azzeramento della propagazione del virus attraverso barriere e lockdown non sta dando i risultati sperati. Non solo, ma le ricadute di una tale scelta si stanno facendo sentire non solo sul piano della crescita economica e della produzione, ma stanno insidiando lo stesso potere politico di Xi Jinping, da poco nominato per la terza volta a capo del Partito comunista al potere in Cina. Un presidente quasi a vita.

Le manifestazioni infatti stanno svelando, negli slogan pronunciati e nei gesti, una stanchezza nei confronti di un potere assoluto e richieste di profondo cambiamento. Vengono sventolati fogli di carta bianchi, a significare la mancanza di libertà d’espressione, al grido di “Xi Jinping dimettiti” , “non siamo schiavi, ma cittadini”, “vogliamo la libertà”.  Sono slogan di una popolazione, nella Cina di oggi sotto ferreo controllo del Partito e vittima di una propaganda ben mirata, che richiamano la democrazia e il rispetto dei diritti.

È certamente prematuro poter prevedere il futuro di queste richieste del popolo cinese. Nei dieci anni di potere di Xi Jinping, il sistema di sicurezza nazionale è stato messo al centro degli orientamenti politici e strategici del Partito e dello Stato. La repressione è stata infatti l’unica risposta ricevuta finora. Tocca a noi, all’Europa e a quel mondo a cui stanno a cuore la democrazia e i suoi valori, sostenere e dare voce, a livello internazionale, alle legittime richieste di libertà e di rispetto dei diritti.  

Così come è necessario continuare a dare voce ad un altro popolo, il popolo iraniano, che sta sfidando con coraggio e tenacia l’autocrazia del suo Paese.

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