G8: pochi risultati concreti

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Adesso che all’Aquila i riflettori si sono spenti sulle passerelle di potenti e impotenti del mondo e che l’esasperazione mediatica ha fatto calare il sipario sullo spettacolo del G8 cui hanno abbondantemente inneggiato telegiornali e commentatori nostrani, è venuto il momento di delineare un primo bilancio e, soprattutto, misurare i risultati concreti in prospettiva.
Ne risulta un quadro di luci ed ombre, dove le seconde sembrano prevalere sulle prime.
Sono certamente da iscrivere tra le luci, in particolare per l’Italia, un momento di ritrovata tregua nazionale, come era stato chiesto dal presidente della Repubblica, anche se infranta a Vertice non ancora concluso da chi ne aveva particolarmente beneficiato e il messaggio di concordia mondiale che in un momento di crisi come l’attuale non è da buttare, in particolare da chi ritiene che la dominante di questa crisi sia psicologica.
Più difficile valutare l’effettiva portata delle dichiarazioni adottate, tenuto conto che si trattava di un Vertice privo di una collegiale capacità   decisionale e di dispositivi operativi propri: due limiti che inducono a distinguere tra le buone intenzioni manifestate e la loro concreta esecuzione.
Nel campo dell’economia e della finanza non solo le analisi tra i Grandi sono state divergenti ma soprattutto il «dodecalogo», tanto celebrato, non contiene ancora, ad un anno dall’esplosione della crisi, misure vincolanti e non sono molti quelli che scommetterebbero che queste matureranno di qui al prossimo Vertice di Pittsburgh a settembre. Tutto lascia pensare oggi che gli interessi nazionali continueranno a prevalere su quelli globali, ma un sentiero di buona volontà   è stato tracciato con qualche merito anche dell’Italia e vedremo se un comune «sistema di controllo» sarà   effettivamente adottato, come previsto, entro il 2010.
Aperture interessanti anche sulla lotta al cambiamento climatico, grazie soprattutto al volontarismo di Barak Obama che si è trascinato dietro anche l’Italia, fino a ieri sull’argomento maglia nera nell’UE insieme alla Polonia. Tuttavia non si possono non rilevare due limiti pesanti a questa apertura:
la scadenza dei risultati fissata al 2050 (Keynes direbbe: quando saremo tutti morti e, aggiungiamo noi, quando il pianeta non godrà   buona salute) e la non disponibilità  , per ora, di Cina ed India a sottoscrivere l’accordo. Come dire che mancano le due firme più importanti, senza le quali le altre contano poco. Ci vedremo più chiaro a dicembre quando l’ONU riunirà   a Copenhagen una conferenza sul tema, ma suonano fin d’ora premonitrici le parole del Segretario Generare dell’ONU per il quale il G8 sull’argomento ha perso un’occasione.
Di rilievo le dichiarazioni a proposito della non proliferazione nucleare con l’impegno a convocare nella primavera prossima una conferenza per creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari: anche qui bisognerà   vedere se l’obiettivo è limitato a chi l’arma nucleare ancora non la possiede o si estende a tutti, come pensava Obama prima di diventare presidente. Sarebbe bello se non avesse cambiato idea e se ne facesse promotore, oltre che in casa propria, con Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, magari cominciando dagli alleati Gran Bretagna e Francia.
Intanto perಠsul rischio di proliferazione nucleare in Iran il G8 è stato particolarmente discreto, ben lontano dall’invocare sanzioni come incautamente, alla vigilia, aveva minacciato il presidente del Consiglio italiano.
Infine, molto si sono enfatizzate le dichiarazioni su due temi importanti: gli aiuti all’Africa e la chiusura dei negoziati commerciali nel quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) entro l’anno prossimo. All’Africa, e in particolare alla sua agricoltura, sono stati promessi venti miliardi di dollari. Non è la prima volta che l’Africa beneficia di simili promesse, peccato che fino ad oggi siano rimaste tali e che l’Italia, nel suo piccolo, sia tra gli inadempienti più grandi. Non solo: l’Africa dovrà   seguire con attenzione i negoziati sul commercio internazionale perchà© non le capiti, come da tradizione, di ricevere qualche briciola da una parte e vedersi portare via le sue imponenti risorse dall’altra. Fino ad oggi lo ha fatto il colonialismo occidentale, adesso ci sta provando massicciamente la Cina con grandi preoccupazioni per gli USA, come testimonia anche il recente viaggio di Obama in Ghana.
Fin qui un sommario bilancio delle principali dichiarazioni adottate e ognuno giudicherà   se il bicchiere del G8 è mezzo pieno o mezzo vuoto.
Ma c’è un dato sicuramente positivo per il mondo ed è che quel bicchiere si è rotto e non c’è più: è finita l’egemonia degli otto cosiddetti grandi, il tavolo dell’Aquila s’è dovuto allargare a nuovi protagonisti che non cederanno facilmente il loro posto in futuro. Una nuova configurazione di Paesi si candida a governare il mondo o, almeno, ad orientarlo su valori e politiche in discontinuità   con il passato. All’Aquila già   la voce dell’Unione Europea non si è sentita, moltissimo invece quella degli USA e, con toni crescenti, quella dei nuovi Paesi emergenti: quelli del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), sigla che in queste nostre terre evoca, per chi sta in basso, fatica e sudore.

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