Orario di lavoro: a rischio il modello sociale dell’UE

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Per la prima volta i due rami legislativi dell’UE, il Parlamento e il Consiglio, non sono riusciti a trovato un accordo, neanche attraverso un ultimo tentativo di un comitato di conciliazione, facendo così saltare la trattativa sulla proposta di direttiva riguardante l’orario di lavoro e rimandando tutto al prossimo Parlamento e alla prossima Commissione che saranno costituiti nei mesi a venire, dopo le elezioni europee di giugno.
Il 28 aprile scorso è infatti ufficialmente fallito il negoziato di conciliazione tra Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE sulla revisione della direttiva, procedura di negoziazione apertasi automaticamente dopo le due votazioni contrastanti operate da Consiglio e Parlamento Europeo su questo tema. Tre le questioni principali sulle quali non è stato trovato un compromesso: le deroghe alle 48 ore massime di lavoro settimanali, la definizione del tempo di guardia e i contratti multipli. Sulle 48 ore, l’Europarlamento avrebbe accettato la possibilità   di deroga solo in casi straordinari ed eccezionali, mentre molti Stati membri dell’UE vogliono continuare ad avere massima libertà   e hanno quindi rifiutato ogni tentativo di compromesso; sul tempo di guardia, il Parlamento ha insistito affinchà© sia considerato tempo di lavoro, contro il parere di vari governi europei; mentre per quanto riguarda i contratti multipli, secondo gli europarlamentari l’orario complessivo di lavoro deve essere calcolato sul lavoratore e non sul singolo contratto.
Ora, con il fallimento della procedura di conciliazione, la discussione è rimandata alla prossima legislatura del Parlamento Europeo e alla futura Commissione che dovrà   formulare una nuova proposta di revisione. Ciಠsignifica che si dovrà   riprendere tutto l’iter negoziale tra le istituzioni europee e, pertanto, il fallimento della procedura di conciliazione non mette certo al riparo da modifiche peggiorative della direttiva.
Quella dell’orario di lavoro è infatti una questione complessa e delicata, che assume un importante significato anche simbolico in un momento di crisi economico-finanziaria che si ripercuote sull’economia reale e sui mercati del lavoro europei.
Fin dal 1990 la Commissione Europea è intervenuta sulla materia per formulare una normativa comunitaria, poi scaturita nelle direttive 104 del 1993 e 88 del 2003. La direttiva del 2003 stabiliva requisiti minimi in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, tra l’altro, in relazione ai periodi di riposo quotidiano e settimanale, di pausa, di durata massima settimanale del lavoro e di ferie annuali, nonchà© relativamente a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro. La stessa direttiva prevedeva una clausola di revisione della normativa, così dal dicembre del 2003 è iniziato un lungo processo ora conclusosi senza alcun risultato utile. Un processo durante il quale, oltre alle profonde divergenze di interessi tra le organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, sono emersi forti contrasti tra le istituzioni europee. Da un lato Commissione e Consiglio favorevoli alla clausola che prevede la possibilità   di estendere l’orario di lavoro settimanale da 48 ore fino a 60-65 ore e a non considerare i tempi di guardia come tempi di lavoro, dall’altro il Parlamento fermamente contrario a questa impostazione e schierato in difesa dei diritti dei lavoratori, in particolare rispetto alla salute e sicurezza e alla necessità   di conciliare la vita lavorativa con quella privata-familiare. Contrasti che hanno portato a due proposte della Commissione, vari emendamenti dell’Europarlamento e una posizione comune del Consiglio definita solo nel settembre 2008, con non poche difficoltà  : avevano infatti votato contro Spagna e Grecia, mentre Belgio, Cipro, Malta, Portogallo e Ungheria si erano astenuti.
L’ultima proposta della Commissione adottata dal Consiglio, giunta al Parlamento Europeo per il voto in seconda lettura, è stata decisamente bocciata prima dalla commissione europarlamentare Occupazione e Affari sociali (5 novembre 2008) e poi dall’intera Aula (17 dicembre 2008), con l’approvazione di una relazione elaborata sulla materia dal deputato Alejandro Cercas (PSE). L’Europarlamento ha infatti riaffermato il limite delle 48 ore lavorative settimanali, concedendo solo un periodo transitorio di tre anni agli Stati membri dell’UE durante i quali è ancora possibile utilizzare la cosiddetta clausola dell’opt-out che consente di derogare al limite.
Ottenuto e adottato inizialmente dal Regno Unito per consentire la settimana «lunga» ai lavoratori, l’opt-out si è poi via via esteso a ben 15 Stati membri, diventando questione europea a tutti gli effetti: oltre al Regno Unito anche Bulgaria, Cipro, Estonia e Malta vi ricorrono in tutti i settori lavorativi, mentre Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna lo consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia.
Ora perà², in un momento di recessione economica, con milioni di disoccupati e cassintegrati, la richiesta dei governi di consentire alle aziende di prolungare il tempo di lavoro dei loro dipendenti fino a 60 e più ore settimanali pareva quanto meno fuori luogo. O meglio, un tentativo di dare il via libera a straordinari detassati e a un ulteriore impoverimento del mercato del lavoro, con ripercussioni dannose per quanto concerne i già   precari livelli di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Così, lavoratori e organizzazioni sindacali europee si sono mobilitati a difesa dei diritti fondamentali, che vanno da salari dignitosi al diritto di informazione e consultazione, dalla tutela della contrattazione collettiva alla parità   di trattamento per i lavoratori interinali fino al rispetto dei limiti di orario di lavoro che garantiscano salute, sicurezza e giusto equilibrio tra tempo di lavoro, vita sociale e familiare.
Commentando il fallimento della trattativa tra le istituzioni europee, il relatore europarlamentare Alejandro Cercas ha dichiarato: «àˆ molto triste, ma un accordo al ribasso sarebbe stato peggio per i lavoratori. Così abbiamo lasciato la situazione aperta per il futuro, speriamo di trovare una soluzione con il nuovo Parlamento e la nuova Commissione». Certo, serviranno nuovi Parlamento e Commissione all’altezza della situazione: un motivo in più che dovrebbe spingere i cittadini europei ad andare a votare e farlo con cognizione di causa affinchà© si eviti una regressione e sia salvaguardato quel po’ di modello sociale europeo ancora esistente. Che anzi andrebbe rilanciato ed esteso, perchà© a fronte della legittima questione dell’orario di lavoro per coloro che sono impiegati nelle forme contrattuali «tradizionali», esistono milioni di lavoratori giovani e meno giovani nell’UE (e quindi anche nell’Italia reale, checchà© ne dicano gli autori della «fiction» governativa) che in tutti i settori di impiego si trovano sempre più a lavorare molto, con poche garanzie e tutele, con salari bassi e precari, senza o quasi ammortizzatori sociali e, quel che è peggio, privati di un futuro dignitoso.

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