
Dopo 35 anni all’opposizione in Renania-Palatinato, le elezioni del 22 marzo hanno riportato i conservatori al governo di questo Land tedesco, dove dal 2016 dominava la “coalizione semaforo” (socialdemocratici, liberali e verdi). Appare ora inevitabile una “große Koalition” CDU-SPD, come a livello federale. Ma la vera notizia è l’ascesa impressionante del partito di destra radicale Alternative für Deutschland (AfD), che ha sfiorato il 20 %, eguagliando la performance di inizio marzo in Baden-Württemberg.
AfD cresce quindi anche nel ricco ovest tedesco, oltre i suoi recenti exploit finora limitati alle regioni orientali, con i sondaggi che lo danno primo a livello nazionale. A trainarlo è soprattutto la grave crisi economica della Germania, che il partito intende affrontare annullando le politiche climatiche, e il richiamo all’identità nazionale e al contrasto all’immigrazione (specialmente islamica), vista come una minaccia culturale e per la sicurezza.
Questa svolta a destra in Germania e in Europa è l’esito di una generale normalizzazione di idee ultra-conservatrici, talvolta estremiste, impensabile fino a qualche anno fa. Due fattori in particolare spiegano l’integrazione della destra radicale nel processo decisionale europeo: la sua partecipazione nei governi di 1/3 degli Stati membri, e l’intensificarsi della sua cooperazione con i Popolari al Parlamento europeo. Assistiamo a una destra radicale che si modera e tende a cooperare in sede europea (Meloni ne è l’esempio), e a un centro-destra che si radicalizza, specialmente su immigrazione e clima.
È evidente l’influenza dell’ultra-destra sulle politiche climatiche: si possono citare l’elezione a relatore sull’agenda climatica 2040 di un eurodeputato dei Patrioti, che ha portato all’alleggerimento delle responsabilità dell’industria nella transizione verde; la decisione della Commissione di rinviare a dopo il 2035 lo stop a benzina e diesel; la richiesta di diversi governi conservatori di sospendere e modificare il sistema europeo di tassazione sulle emissioni (ETS).
Più in generale, la destra radicale racconta le politiche climatiche come un danno auto-inflitto, una pianificazione dall’alto di “burocrati dall’ideologia green” che porta a gonfiare artificialmente i prezzi dell’energia, ricadendo sul cittadino medio. Invita quindi al “realismo”, cioè abbandonare le rinnovabili in favore dei combustibili fossili per rilanciare la competitività. Insomma, liberi di inquinare, secondo lo slogan trumpiano “drill baby drill”, senza considerare i costi economici, sociali e ambientali legati all’inazione sul cambiamento climatico.
L’impatto su questo e altri temi della politica europea negli anni a venire dipenderà molto dall’esito delle elezioni in Paesi cruciali, dall’Ungheria il 12 aprile a quelle in Francia, Spagna e Italia previste nel 2027.
Un possibile ostacolo allo sfondamento della destra è rappresentato dall’attuale impopolarità di Trump in Europa, che ha contraddetto la sua auto-proclamata fama di “pacifista” con le minacce alla Groenlandia e le operazioni militari in Venezuela e Iran, danneggiando l’economia globale. Potrebbe rivelarsi un boomerang per chi lo ha elevato per anni a modello politico cui ispirarsi.











