Nei suoi settantacinque anni di vita l’Unione Europea ha giocato nel mondo partite in competizioni difficili, ha segnato punti importanti ma anche mancato occasioni e commesso errori.
L’UE era sembrata vincente nell’ultimo decennio del secolo scorso, dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, la riunificazione tedesca, la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Ma già allora un allarme preoccupante era suonato alle sue immediate frontiere con le guerre nei Balcani e, poco dopo, anche al suo interno con la crisi finanziaria a cavallo del primo decennio del secolo. Economicamente malconcia l’UE si risollevò, la moneta unica rimase argine di stabilità, nella difficile competizione internazionale l’Unione sembrava potere segnare nuovi importanti punti.
Ma la squadra, allargata a 28 giocatori dopo il grande allargamento ad est, era poco affiatata tra i suoi vari reparti, segnati da faglie storiche tra nord e sud e tra ovest ed est, e stentava a coordinarsi: così nei campionati internazionali la bandiera europea perdeva posti sul podio.
Non aiutarono l’UE inattese invasioni di campo, come quelle belliche ai suoi confini, con l’aggressione russa all’Ucraina, l’esplosione del conflitto israelo-palestinese e la guerra in Iran.
Ancor meno fu di aiuto all’UE l’irruzione sul campo della politica mondiale di Donald Trump, ormai pericoloso ex-alleato, e quella dell’inarrestabile proiezione cinese nella competizione commerciale.
Certo erano in campo due avversari di peso, ma non erano per l’UE una condanna fatale alla sconfitta, a patto di rimettere mano alla squadra, tanto nel ruolo dei giocatori (diventati nel frattempo 27, mentre scaldavano i muscoli nuovi candidati a scendere sul terreno di gioco) che ai vertici della direzione della squadra.
E qui qualcosa si è inceppato: l’assetto della squadra è rimasto quasi immutato da quando i giocatori erano i sei Paesi fondatori o i quindici, prima del grande allargamento di inizio 2000. Così il gioco si è fatto più lento, ognuno cercava di segnare punti per sé, la tenuta della squadra si allentava e gli avversari avevano buon gioco ad approfittarne. Non al punto però di potersi considerare vincitori, anche se eventi recenti mandano a dire che la contesa politica si sta facendo più dura.
Sono nuovi segnali d’allarme l’esito del referendum in Islanda, l’irrisolta questione dei migranti a Ceuta, con la sospensione dell’Accordo di Schengen tra Italia e Spagna, la minaccia di guerra ibrida da parte della Russia con le preoccupazioni che salgono nell’UE e, da domenica scorsa, il risultato inquietante del voto tedesco in Sassonia in favore dell’estrema destra. Come dire che, per il futuro dell’UE, siamo adesso ai tempi supplementari, quelli in cui non si pareggia: o si vince o si perde.
Si può vincere se si rilancia un progetto politico convincente per i cittadini che, nella partita in corso, hanno pagato il biglietto di un credito all’UE che si va consumando; se chi è ai vertici della direzione della squadra trova il coraggio di rivedere radicalmente gli schemi del gioco, senza escludere di farsi da parte se non crede in una futura Unione federale e se ciascun giocatore si spende per la squadra e non solo per se stesso.
Si perde se si guarda con nostalgia al passato, se si continua a rinviare decisioni urgenti, se non si mette mano a una manutenzione straordinaria delle Istituzioni UE e delle relative procedure decisionali.
Si perde se qualcuno dei giocatori pensa di essere il solo perno della squadra e se qualcuno se ne sta seduto in panchina in attesa di vedere come andrà a finire, anche perché già si sa che così finirà male.
Senza dimenticare che i tempi supplementari hanno una durata breve: non c’è più tempo da perdere per nessuno.













