Le varie risposte alla crisi economica mondiale

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Da quando a settembre la crisi finanziaria è esplosa negli USA per poi diffondersi ai quattro angoli del mondo, innescando una crisi economica di crescente gravità  , una parola d’ordine si è andata formando: «a crisi eccezionale misure eccezionali», mentre un’altra – «a crisi planetaria, risposta planetaria» – stenta a prendere forma.
Due intenzioni semplici da formulare, ma così difficili da mettere in atto al punto da far pensare che la vera eccezionalità   consisterebbe oggi nel riuscire a coniugarle tra di loro per riuscire a dare alla crisi in corso una risposta contemporaneamente «eccezionale e planetaria».

La mappa della crisi
Per avere un quadro almeno approssimativo della dimensione della crisi basta pensare ai costi che già   ha comportato negli USA, non solo per banche ed assicurazioni ma anche in termini di posti-lavoro e quelli che incombono, tra l’altro, per il salvataggio delle maggiori industrie automobilistiche. Nell’area più ampia dei Paesi più ricchi, è di pochi giorni fa il quadro tracciato dalle previsioni dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) che prevede per i maggiori Paesi industrializzati condizioni di recessione per tutto il 2009. Nella classifica dei valori negativi di crescita sono in testa Regno Unito e Italia (con una caduta del PIL attorno all’1%), seguite da vicino da USA e Germania e rispetto ad una media per i Paesi OCSE di un indice negativo di -0,4% che in Italia – unico tra i Paesi più ricchi – è già   previsto per l’anno in corso. Come dire che il nostro Paese perde terreno per primo e, salvo imprevisti, potrebbe uscire dalla recessione tra gli ultimi (questa volta in compagnia del Giappone), con una ripresa di crescita dello 0,8% nel 2010.
A questo quadro vanno aggiunte le previsioni di forte rallentamento della crescita in Cina, dove sono state adottate due misure eccezionali quali una forte riduzione dei tassi di interesse e un piano anti-crisi di 550 miliardi di euro.
Sempre più critica anche la situazione economico-monetaria della Russia, che sta pagando caro la caduta del prezzo del petrolio e cerca di arginare un imponente fuga di capitali (si stimano dai 3 ai 7 miliardi di dollari a settimana) con l’aumento controtendenza del costo del denaro che ha raggiunto la vetta del 13%.
Un altro inquietante rallentamento è segnalato per l’Africa che già   oggi non gode di buona saluta e per la quale è previsto un dimezzamento della crescita.
Sul versante dell’occupazione giungono le previsioni del Bureau International du Travail (BIT) che prevede, a livello mondiale, un’ulteriore perdita di posti di lavoro attorno a 20 milioni di unità  , portando i disoccupati nel mondo dagli attuali 190 milioni ai futuri 210 milioni.
Sempre in tema di occupazione, per l’Italia l’OCSE prevede che la disoccupazione passerà   dal 6,9% nel 2008 al 7,8% nel 2009 per raggiungere l’8% nel 2010. L’OCSE attira anche l’attenzione sulle condizioni in cui impatta con la crisi un’Italia caratterizzata da «un’economia indebolita da anni di bassa produttività  , bassa competitività   e alto debito pubblico».
Il quadro negativo dei Paesi ricchi è completato dal rischio di povertà   che raggiunge il 16% della popolazione ed è particolarmente grave per minori e giovani che hanno il 25% di possibilità   di trovarsi in una situazione di povertà   rispetto alla media della popolazione. Tutto questo mentre accade che in Paesi come Canada, Finlandia, Germania, Italia, Norvegia e Stati Uniti aumenta la disparità   tra le classi medie e quelle più ricche e in Paesi con le maggiori disuguaglianze sociali – anche qui l’Italia è in testa – si riduce la mobilità   sociale. Con l’OCSE – notoriamente non proprio un covo di estremisti – che conclude affermando che «provare a ricucire le differenze tra ricchi e poveri solo attraverso un aumento della spesa sociale è come curare i sintomi invece della malattia» e che per ridurre la povertà   è invece necessario migliorare i livelli di istruzione e formazione.

Le risposte europee
Il messaggio dell’OCSE non sembra per ora accolto da tutti gli interessati. Particolarmente lontane da quell’indirizzo le misure annunciate in Italia con la grande enfasi sulla «social card», il bonus per le famiglie meno abbienti, il pagamento ritardato (meglio sarebbe dire non anticipato) dell’IVA, la detassazione dei premi di produttività  , l’aumento degli ammortizzatori sociali da 600 milioni a poco più di un miliardo (comunque insufficiente per proteggere anche i lavoratori atipici), la riduzione delle bollette luce e gas per le famiglie a basso reddito, il blocco temporaneo delle tariffe, interventi per calmierare i mutui e altre misure minori. Tutto questo al netto delle risorse destinate a mettere in sicurezza le banche e in attesa di vedere quale forma potrebbero prendere le misure – per parlare più chiaramente: gli aiuti di Stato – a sostegno in particolare dell’industria automobilistica nazionale.
Si tratta di un pacchetto di misure che mira a dare risposte a situazioni di emergenza immediata senza un progetto strutturale di rilancio dell’economia, come osservato da punti di vista diversi che vanno dal sindacato alla Confindustria. Resta inoltre da capire come queste misure si raccordino con il piano europeo che verrà   adottato dal Consiglio dei capi di Stato e di governo a dicembre, anche se una prima valutazione non è tale da suscitare grandi certezze di risultato viste le dimensioni della crisi e la modestia delle risorse investite. Anche qui c’è nell’aria molto fumo e poco arrosto: gli 80 miliardi evocati dal governo sono in massima parte frutto di artifici contabili e trasferimenti da capitoli di bilancio preesistenti, mentre anche a contar largo (la farraginosità   del decreto-legge non aiuta certo a vederci chiaro) le risorse fresche aggiuntive si aggirano tra i 4 e i 6 miliardi di euro.
La causa principale di questa manovra piuttosto modesta è da cercare nello stato precario della finanza pubblica italiana: se da una parte è sotto controllo il deficit che potrà   anche provvisoriamente dilatarsi nei prossimi due anni, tutt’altra è la situazione del debito consolidato che ha ripreso a lievitare e viaggia allegramente attorno al 105% del nostro Prodotto interno lordo (PIL), molto al di sopra di quel 60% fissato dal Patto di stabilità   che le autorità   europee consentono di rendere più flessibile ma senza nessuna intenzione di smantellarlo.
Ben diversa invece la risposta del Regno Unito, Paese con indicatori negativi vicini a quelli italiani ma con una differenza decisiva: un debito oggi al 41% che salirà   al 57% del PIL nel 2013 per poi tornare a scendere. Sono questi conti pubblici che hanno consentito nei giorni scorsi a Gordon Brown di lanciare un piano da 24 miliardi (almeno quattro volte quello italiano) che prevede un taglio dell’IVA di due punti e mezzo, investimenti per infrastrutture di 3 miliardi e aiuti alle imprese per 7 miliardi. Costi certamente rilevanti, che saranno in parte recuperati con l’aumento temporaneo del deficit ma anche in parte coperti da incrementi fiscali ricavati dai redditi alti: complessivamente una manovra di notevoli dimensioni e attenta alla ripartizione dei costi anche attraverso la leva fiscale.
Nel raffronto con l’Italia colpisce nel Regno Unito la rilevanza della capacità   redistributiva e del rigore del fisco che dovrebbe far riflettere sulle condizioni di equità   fiscale (compresa un’effettiva lotta all’evasione), elementi che vedono il nostro Paese non proprio con le carte in regola.
Adesso perಠtutte queste e altre misure andranno coordinate nel Piano anti-crisi che l’Unione europea ha reso noto la settimana scorsa, una proposta che sarà   oggetto di decisione a metà   dicembre in occasione del prossimo Consiglio europeo. Premesso che l’UE non ha ricevuto finora dai Trattati il potere di condurre una politica economica comune, va detto che stiamo assistendo ad uno sforzo comunitario senza precedenti non solo per l’entità   delle risorse da investire ma anche per l’intreccio tra intervento UE e iniziative nazionali. Il Piano prevede un incentivo finanziario coordinato di 200 miliardi di euro, pari all’1,5% del PIL, con circa 170 miliardi a carico degli Stati membri e 30 miliardi a carico del bilancio UE (circa un quarto dell’intero bilancio) puntando, tra l’altro, a rafforzare l’intervento del Fondo sociale europeo riorientando il sostegno verso le categorie più vulnerabili. Di particolare rilevanza i vincoli annunciati per gli aiuti finanziari, che dovranno privilegiare interventi ecosostenibili e attenti al risparmio energetico. A questo proposito il Piano intende promuovere le tecnologie pulite attraverso un sostegno all’innovazione, tra cui un’iniziativa europea per le auto verdi, con un intervento combinato di almeno 5 miliardi di euro, un’iniziativa europea per edifici efficienti sul piano energetico pari a 1 miliardo di euro e un’iniziativa per le «fabbriche del futuro» stimata a 1,2 miliardi di euro. Contemporaneamente il Piano attribuisce la massima importanza agli «investimenti intelligenti» nell’istruzione e nella formazione (in clamorosa controtendenza rispetto alla politica del governo italiano) e nella riqualificazione che aiuti le persone a conservare il posto di lavoro e a rientrare nel mercato del lavoro.
Tutte misure che hanno fatto dire al presidente della Commissione europea che il Piano proposto «puಠnon soltanto salvare nell’immediato i posti di lavoro di milioni di persone, ma anche trasformare la crisi in un’occasione per incentivare la crescita pulita e creare in futuro posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità  ».
Molte considerazioni si potrebbero fare a proposito dei diversi piani anti-crisi, da quello italiano a quello inglese fino a quello europeo. Per limitarsi allo stato attuale dei piani sul tavolo alcune cose appaiono già   chiaramente, come la difficoltà   dei diversi attori a muoversi in modo coordinato e la tentazione ricorrente del «si salvi chi pu಻ con un crescente scatenamento di interessi privati sulle risorse pubbliche, una sorta di «saccheggio» come sembrano provare gli attuali movimenti speculativi sulle borse.
Su questo vero e proprio fronte di guerra l’UE e l’attuale presidenza di turno francese si sono mosse con relativa tempestività  , prima promuovendo momenti di coordinamento a livello mondiale, con la recente riunione del G20 con le principali economie mondiali, e poi proponendo, con il Piano UE, un intervento di dimensioni significative cui sono chiamati a partecipare i 27 Paesi membri. Tra questi, alcuni Paesi come Germania e Spagna (con interventi rispettivamente di 32 e 11 miliardi di euro) e Regno Unito hanno dato prova di maggiore iniziativa, mentre alcuni come l’Italia sono rimasti alla finestra ad aspettare le mosse degli altri per concludere poi con misure tutto sommato modeste.
Ora che il quadro complessivo degli interventi prende forma, il piano italiano conosciuto ad oggi rivela tutta la sua modestia e sconta una debolezza strutturale del nostro Paese dovuta alla inadeguatezza della leva fiscale e alla pesante condizione dei conti pubblici, aggravati recentemente da costosissimi interventi quali la soppressione dell’ICI e il salvataggio – si fa per dire – dell’Alitalia oltre che da una non contrastata ripresa dell’evasione fiscale.
Diranno i giorni che verranno se le proposte sul tavolo verranno rafforzate e, soprattutto, se potranno avvalersi di un effettivo coordinamento europeo e in qualche misura mondiale, perchà© veramente a «crisi planetaria eccezionale» venga data una «risposta mondiale eccezionale», cui l’Italia possa dare un contributo, se non proprio eccezionale, almeno dignitoso.

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