Numeri e prospettive

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Si sono fatte molte parole, anche inutili o eccessive, in questi ultimi tempi: adesso sarebbe saggio tornare a concentrarsi su fatti concreti della vita quotidiana e sulle prospettive che si aprono per la nostra vita futura. Possono aiutare, in questo esercizio, i numeri provenienti in questi ultimi giorni da fonti diverse, nazionali e internazionali.
A Washington, la settimana scorsa si è riunito il G20 – il club dei Paesi più sviluppati – per un esame della situazione economica internazionale e per concordare regole che prevengano un ritorno della crisi finanziaria e un suo nuovo impatto sulla crisi economica da cui stentiamo a uscire.
Sui numeri nessun disaccordo: continuano a correre a ritmo sostenuto l’economia cinese (PIL in crescita vicino al 10%) e quella indiana (+ 9%), viaggia attorno al 5% la crescita in Brasile e Russia, spingendo il Gruppo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) ad alzare la voce nelle istituzioni economiche internazionali. Tutto bene quindi per il BRIC? Non del tutto: da Cina e India arriva anche il brutto segnale di un’inflazione che galoppa con rispettivamente + 5,4% e + 9%: prezzi senza freni, in gran parte a causa dell’aumento dei costi delle materie prime, in particolare dell’energia. Una febbre che dà   brividi a questi giganti e che ha spinto il G20 a monitorare da vicino l’andamento delle principali economie mondiali (nella lista non figura l’Italia), con l’obiettivo di prevenire pericolose crisi finanziarie.
Tra i problemi più sensibili, in un mondo segnato da crescenti squilibri internazionali – e che contribuiscono a spiegare la febbre dell’inflazione – vi è quello dell’aumento degli alimentari, causato dalla speculazione dei mercati internazionali e dalla crescita dei consumi nei Paesi emergenti con il risultato di fare crescere la quota di reddito familiare destinata al cibo: vi destinano circa il 10% i ricchi Paesi occidentali come il nostro, oltre tre volte tanto Cina e India, fino all’80% Paesi africani. Percentuali che la dicono lunga sulle ingiustizie che pesano sul mondo, sulla povertà   che cresce in molti Paesi dove ritorna lo spettro della fame.
A fronte di questi numeri, vale la pena aggiornare quelli dell’Europa e dell’Italia, dove il problema non è la fame, ma non per questo è il caso di dormire tranquilli. àƒÆ’à¢â‚¬° sempre differenziata la crescita tra i Paesi UE, sempre con la Germania in testa e l’Italia in coda, con una ripresa che stenta e l’occupazione che non riparte. In compenso, pure in presenza di una crescita debole, l’inflazione sale e non è più molto lontana da un aumento complessivo dei prezzi del 3%, va un po’ meglio la media europea di poco superiore al 2%. Quanto è bastato perchà© la Banca Centrale Europea (BCE) alzasse, come previsto, il tasso di sconto, con la previsione che continui a farlo nel corso di quest’anno. Le conseguenze per noi sono note: aumentano le rate dei mutui, esplode con numeri dirompenti il costo del debito pubblico italiano e, lievitando il costo del denaro, cresce il rischio di un raffreddamento dell’economia e dello stallo occupazionale.
Vengono da questi numeri le considerazioni di Bankitalia nei giorni scorsi che, oltre a confermare il ristagno di crescita e occupazione, puntano i riflettori sulle prospettive per l’Italia se vorrà   rispettare le regole convenute a Bruxelles sul rientro dal debito e sul pareggio di bilancio nel 2014. I calcoli sono presto fatti e ci dicono che nel 2013-2014 ci vorranno manovre correttive da 35 miliardi. Significa ridurre la spesa corrente di 4 punti in 5 anni e, in particolare, continuare a tagliare la spesa sociale, proprio in un momento in cui crescono i bisogni delle fasce più deboli della popolazione.
Tutti numeri di cui avere coscienza e da consegnare alla politica perchà© torni a farsi carico del bene comune, lasciandosi alle spalle insulti, fango e interessi personali di chi governa.
C’è un futuro da costruire, diverso da un presente che inquieta le persone di buon senso e le giovani generazioni in particolare.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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