Toni tesi fra Turchia e Stati Uniti

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Continuano a creare disorientamento e perplessità le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti sul ritiro delle sue truppe dalla Siria. Sebbene non del tutto inaspettata, visto che aveva già “cinguettato” questa intenzione nell’aprile scorso, suscitando preoccupate reazioni da parte dello stesso Pentagono, la decisione di Trump irrompe sulla scena mediorientale come un fulmine a ciel sereno.

Le conseguenze di questa decisione, sempre che non venga nuovamente smentita dall’indecifrabile strategia politica di Trump,  sono molteplici, sia a livello regionale che a livello internazionale.

In primo luogo, il Presidente Trump giustifica la sua decisione affermando che, ormai, lo Stato Islamico (ISIS) è stato sconfitto. E’ vero che negli ultimi due anni l’ISIS ha subito varie disfatte in Siria e in Iraq, i due Paesi dove aveva stabilito il Califfato, ma è anche  vero che la temibile e potente organizzazione è tuttora presente in alcune sacche di resistenza nella parte nordorientale della Siria. D’altro canto, in reazione alla sconfitta del Califfato, l’ISIS si sta gradualmente ritrasformando in una sorta di rete terroristica e jihadista, con nuove strategie e altre forme di estremismo altrettanto pericolose.  Un’evoluzione in corso quindi che contraddice palesemente le dichiarazioni di Trump e che lascia aperti futuri e indefiniti scenari sul già complicato scacchiere mediorientale. Ne è la prova il recente attacco sferrato proprio dall’ISIS nella notte tra l’8 e il 9 gennaio scorso contro i miliziani curdi delle Forze democratiche siriane, impegnate da almeno quattro anni in una estenuante guerra contro i jihadisti  nel nord della Siria.

Sono infatti soprattutto i combattenti curdi che, grazie anche al sostegno americano, hanno dato un notevole e decisivo contributo alla cacciata dell’ISIS dai territori conquistati e sotto controllo del Califfato, in particolare da Kobane e da Raqqa. Alleati e sostenuti quindi dagli Stati Uniti, i combattenti curdi percepiscono il ritiro americano come un inspiegabile abbandono, soprattutto in un momento in cui  la Turchia è più che mai intenzionata a risolvere militarmente un annoso contenzioso nei loro confronti. Ankara considera infatti i curdi alla stregua di terroristi, nonché una grave minaccia alla sua sicurezza che corre lungo tutta la sua frontiera meridionale. Non solo, ma la Turchia ha recentemente occupato militarmente alcune zone del nord della Siria e la presenza americana, in questi anni di guerra, è servita, fra l’altro,  ad impedire una pericolosa escalation di un conflitto fra le parti.

La minaccia dei turchi nei confronti dei curdi è diventata quindi molto più concreta dopo l’annuncio di ritiro delle truppe americane. Non solo, ma la partenza degli Stati Uniti prima che possa essere trovata una soluzione politica all’insieme dei vari conflitti che si intrecciano in Siria lascia, in particolare alla Russia e all’Iran che hanno sostenuto Bachar al Assad, un più ampio spazio di manovra per orientare la transizione della Siria e il suo futuro assetto politico. E’ in questo contesto infatti che sia Mosca che Teheran non hanno esitato a dare il via libera alla Turchia per intervenire militarmente contro i curdi nel nord della Siria e allargare in tal modo la sua zona di sicurezza.

La reazione di Trump al riguardo non si è fatta attendere. Convinto della sua decisione, ma anche cosciente delle conseguenze che essa comporta,  il Presidente americano ha lanciato un minaccioso tweet contro la Turchia, suo Paese alleato in seno alla NATO : “Distruggeremo la vostra economia se attaccate i curdi”. La risposta di Ankara: ”Continueremo a combattere i terroristi”.

Nel bel mezzo di questi sintentici scambi diplomatici, c’è la vita del popolo curdo, da anni  alla ricerca di un suo Stato e di una sua legittimità internazionale. La guerra in Siria non è finita, è solo entrata in una nuova ed incerta fase che ridistribuirà ruoli ed egemonie a livello regionale e internazionale. Con il silenzio assordante della nostra Europa.

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