Tassonomia UE: come colorare di verde il nucleare

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Non è di uso frequente la parola “tassonomia”, ma potrebbe diventarlo presto e sollevare non poche turbolenze in Europa, Italia compresa.

La parola deriva, come spesso capita per i termini tecnici, dal greco associando i termini di “classificazione” e di “legge”, una lista ordinata sancita da regole condivise. E’ usata soprattutto in botanica per classificare le varie specie vegetali, ma il suo significato nel tempo si è ampliato a analoghi tipi di classificazioni, utili per la comprensione scientifica ma anche per quella popolare.

Tra i suoi ampliamenti di significato uno in particolare si sta affermando nel gergo “brussellese” dell’Unione Europea, veicolando messaggi che sarà bene non sottovalutare nello spazio complesso della transizione ecologica, quella che mira per l’UE ad azzerare entro il 2050 le emissioni di gas serra e quindi le fonti fossili di energia.

Ridotto all’osso il problema è il seguente: quali fonti di energia sono da ritenere “pulite” e quindi da sostenere e quali da abbandonare. E qui le posizioni in Europa non convergono. Prendiamo anche solo due Paesi importanti come la Germania e la Francia: il primo contrario all’energia nucleare da abbandonare già nel 2022, il secondo deciso a continuare a sviluppare, con l’argomento che si tratta di energia “pulita”, salvo dimenticare i rischi della produzione e le prospettive incerte di eliminazione dei rifiuti.

Sul tema è intervenuta la Commissione europea, facendosi promotrice di una “tassonomia” destinata a classificare, tra l’altro, le energie con il criterio della sostenibilità ecologica e aprendo a una possibile transizione senza chiudere con il nucleare. Un compromesso trovato anche con il contributo dell’Italia, da una parte tentata di riavviare la produzione nucleare e dall’altra di salvare l’utilizzazione del gas, con il risultato di rallentare la riduzione delle emissioni e mantenere la nostra dipendenza da produzioni extra-europee, in provenienza da Paesi solo provvisoriamente “amici”.

L’idea di una tassonomia europea era stata lanciata dalla Commissione UE nel 2018 per identificare le energie che potessero contribuire all’evoluzione positiva del clima o attenuare il surriscaldamento climatico e a questo titolo meritevoli di attirare importanti finanziamenti. All’abbandono del nucleare resiste in particolare la Francia, che produce il 37% dell’energia nucleare UE, con la quale copre i 3/4 del suo fabbisogno e che esporta centrali nucleari in mezzo mondo, compresa la Cina.  

Entro la fine dell’anno la proposta della Commissione dovrebbe essere formalizzata, riaffermando l’obiettivo della decarbonizzazione ma anche la necessità di affiancare “provvisoriamente” alle energie pulite rinnovabili quelle “stabili” del nucleare e del gas.

Non sarà una sorpresa assistere in tempi brevi a forti contestazioni della proposta da parte dei movimenti ecologisti, in particolare in Italia dove un referendum sancì con oltre l’80% dei consensi al rifiuto del nucleare.

Era il 1987, pochi mesi prima si era verificato il disastro nucleare di Chernobyl in Ucraina, dopo quello del 1979 di Three Mile Island negli Stati Uniti: quanto bastava per preoccupare i cittadini italiani che scelsero la via della prudenza, probabilmente confermata dopo il disastro nucleare di Fukushima in Giappone nel 2011, con oltre 15 mila vittime.  

Sarà interessante vedere se questa scelta sarà confermata anche dalla politica attuale, tentata di riaprire al nucleare come una soluzione transitoria – come argomenta anche la Commissione – dimenticando che la costruzione di una centrale nucleare può richiedere non meno di cinque anni di lavoro. 

Energia nucleare come soluzione provvisoria, ma fino a quando?

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