Siria, Iran e la destabilizzazione di una regione

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Il braccio di ferro in corso in Siria fra il regime di Bachar al Assad e il suo popolo continua in un crescendo di violenza e di repressione, con un numero di vittime che aumenta ogni giorno e senza il minimo segnale di un possibile sbocco pacifico alla situazione. Sono trascorse due settimane dal veto posto da Russia e Cina al Consiglio di sicurezza dell’ONU per adottare una risoluzione di condanna nei confronti del regime di Bachar al Assad e pochi giorni dal voto, purtroppo solo simbolico, dell’Assemblea generale dell’ONU di ferma condanna.
Una situazione che mette in evidenza la difficoltà della comunità internazionale ad adottare una posizione comune nei confronti della Siria e che rivela, giorno dopo giorno, la complessità dell’insieme delle dinamiche che si affrontano nell’intera regione. E’ infatti salita la tensione in questi ultimi giorni per quanto riguarda l’Iran, sostenitore e alleato della Siria nella regione. Dopo settimane di tensione nello Stretto di Ormuz e il recente annuncio di “grandi manovre per rafforzare la difesa antiaerea di siti sensibili, in particolare nucleari”, l’Iran, malgrado le sue assicurazioni, non ha, per l’ennesima volta, permesso agli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) di verificare il carattere non militare del suo programma nucleare. Questo atteggiamento, in contraddizione con il Trattato di non proliferazione nucleare firmato dall’Iran stesso, inquieta fortemente Israele che da qualche mese a questa parte non nasconde le sue intenzioni di un possibile bombardamento dei siti nucleari iraniani. Un’eventualità questa estremamente preoccupante che potrebbe avere ripercussioni ben al di là della regione stessa.
In questo contesto e su sfondo di sanzioni economiche decise sia dall’Europa che dagli Stati Uniti nei confronti di Iran e Siria, sembra tuttavia riprendere l’azione diplomatica. Per quanto riguarda la Siria si è costituito un gruppo di paesi che si definiscono “Amici della Siria”, e che comprende, oltre ai paesi della Lega araba anche l’Unione Europea, gli Stati Uniti e tutti quei paesi che desiderano portare una soluzione pacifica e diplomatica alla crisi siriana. Con la partecipazione dei rappresentanti dell’opposizione siriana, si riuniranno a Tunisi il 24 febbraio prossimo per tentare di trovare un accordo internazionale per mettere fine alle violenze e convincere Bachar al Assad a lasciare il potere. Ma fin da ora, la Russia ha fatto sapere che non parteciperà a tale iniziativa e la Cina si interroga sulla sua presenza.
Sul fronte dell’Iran e malgrado i risultati negativi della missione dell’AIEA, sembra profilarsi all’orizzonte la ripresa di un dialogo con il gruppo dei Sei, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Cina, Stati Uniti, Francia, regno Unito e Russia) più la Germania. L’obiettivo è sempre lo stesso: oltre alla missione dell’AIEA, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU intende controllare il programma di arricchimento dell’uranio che Teheran porta avanti a tutta velocità. E’ un annuncio di dialogo che non ha ancora una data né un luogo di incontro, ma che rappresenta senz’altro un tentativo per allentare la tensione creatasi anche con le intenzioni di guerra di Israele. Certo che la chiusura di Teheran nei confronti delle recenti ispezioni dell’AIEA non fa presagire di una disposizione al dialogo.
Lo scenario che si presenta nella regione mette tuttavia in evidenza un altro aspetto inquietante per la sua stabilità ed è quella di un’opposizione sempre più chiara fra paesi di islam sunnita e paesi di islam sciita. Il regime di Bachar al Assad in Siria, si basa su una minoranza alauita sciita ed ha l’appoggio del potente Iran sciita e dell’Hezbollah libanese, una formazione sciita estremista, parte del governo di Beirut. La popolazione siriana, che ha dato inizio alla ribellione, è invece al 70% sunnita e gode del sostegno politico e finanziario dei paesi arabi sunniti, a partire dall’Arabia saudita, alle tribù sunnite dell’Irak e della Turchia.
Da questo punto di vista i temporeggiamenti e i veti di Mosca e Pechino per una soluzione che forse avrebbe permesso una transizione in Siria e la partenza di Bachar al Assad, hanno dato tempo alla riapertura di fratture e divisioni che da sempre attraversano il Vicino e il Medio Oriente. Fratture che potrebbero sconfinare oltre la tragica situazione della Siria di oggi.
Uno scenario quindi di alta tensione e dove si spera che la voce della diplomazia prevalga su quella delle armi.

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