Basta guardarla sulla carta del mondo per vedere quanto è piccola l’Unione Europea con i suoi 27 staterelli membri e appena 450 milioni di abitanti (meno di un terzo tanto dell’India che della Cina), con un’età media non lontana dai 50 anni, la più avanzata del Pianeta. Quanto basterebbe per invitarla ad allargarsi fuori e dentro i suoi confini: dentro, crescendo e ringiovanendosi grazie a flussi regolari e governati di migranti; fuori dai suoi confini, non con le guerre dei predatori globali, ma aprendo la porta ai molti Paesi che da tempo aspettano di entrarci.
Si tratta in entrambi i casi di strade impervie, in parte per mancanza di visione e, in grande parte, per l’attuale debolezza politica ed economica di un’Unione Europea alle prese con sfide epocali che sembrano assalirla tutte insieme.
Il contesto in cui l’UE è chiamata a farvi fronte è di grande complessità: dalla rottura dell’Alleanza transatlantica alla minaccia militare russa fino alla inarrestabile penetrazione commerciale cinese e l’elenco dei nodi da sciogliere non è esaustivo.
Fin dall’inizio della sua origine il processo di integrazione comunitaria era mosso dal consolidamento della pace dopo il suo suicidio di due guerre mondiali, un obiettivo da perseguire nel dialogo con i Paesi di un continente da riunificare, un orizzonte territoriale ampliatosi a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica agli inizi degli anni ‘90.
La fine del secolo scorso aveva registrato l’adesione al percorso comunitario della quasi totalità dell’Europa occidentale con 15 Paesi membri che si preparavano ad accoglierne un’altra dozzina nel primo decennio del nuovo secolo.
Adesso attende, più o meno pazientemente in anticamera, un’altra decina di Paesi: quelli balcanici da una ventina d’anni, la Moldavia e, con buone ragioni di urgenza, l’Ucraina, mentre sono in cauto riavvicinamento all’Unione Europea, il Regno Unito, l’Islanda, con i negoziati giustamente sospesi con la Turchia.
Dei Paesi candidati all’adesione, e dell’Ucraina in particolare, con la quale l’UE ha un impegno da mantenere appena possibile, si ragiona in altra parte di questa pagina: qui limitiamoci a valutare quanto sia preparata a questa prospettiva l’UE, senza dimenticare , quanto siano divisi sul tema i Paesi membri, alcuni come l’Italia con fratture nella maggioranza al governo, con la Lega a fare sbarramento.
Non è quindi inutile provare a misurare la capacità dei Ventisette a procedere verso le nuove adesioni vista l’attuale configurazione istituzionale, politica e socio-economica dell’attuale Unione disunita.
Le Istituzioni UE, ancora sostanzialmente quelle volute dai sei Paesi fondatori negli anni ‘50, non reggerebbero l’urto se non saranno radicalmente riformate, cominciando dalla revisione del cappio del voto all’unanimità e da un chiarimento sul funzionamento del triangolo Parlamento, Commissione e Consiglio UE dei governi nazionali. Per farlo è necessaria una complicata riforma dei Trattati, a fronte di una inesistente convergenza politica degli attuali Paesi membri e tempi di esecuzione che si misurano in anni.
Anche le compatibilità economiche, progressivamente superabili nei tempi medio-lunghi come avvenuto negli allargamenti di questo inizio secolo, non sono senza problemi, a cominciare dalla partecipazione alle politiche comuni, quella agricola in particolare, con gli inevitabili impatti dolorosi sulla destinazione delle scarse risorse finanziarie dell’UE, come già si intravvede chiaramente dal duro confronto in corso sul bilancio comunitario settennale 2028-2034.
E poiché non è il caso di illudersi di poter fare le “nozze con i fichi secchi”, sarà meglio allora ragionarci con calma da una parte e dall’altra, valutando priorità e urgenze e, mentre si chiede ai Paesi candidati di fare “i compiti a casa”, è doveroso per l’UE di procedere con urgenza a una manutenzione straordinaria delle sue invecchiate Istituzioni e delle sue fragili politiche comuni.













