Nessuna tregua in Libia

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E’ da più di un anno che il Generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica e  capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), ha lanciato la sua ultima offensiva contro la capitale Tripoli, con l’obiettivo di rovesciare il Governo di unità nazionale (GNA)  guidato dal primo ministro al-Sarrai, riconosciuto dall’ONU. Ultimo atto di una guerra civile iniziata nel lontano 2011, che ha diviso il Paese in due e non è mai riuscita a trovare una via d’uscita verso l’unità e la pace e tantomeno verso una transizione democratica.

La situazione si è tuttavia inasprita militarmente in questi ultimi giorni, in cui i rovesci subiti dall’Esercito Nazionale Libico e il fallimento dell’offensiva contro Tripoli hanno spinto Haftar ad aggirare o scongiurare una probabile generale sconfitta, autoproclamandosi capo assoluto e guida del popolo libico. Una pericolosa dichiarazione unilaterale volta alla presa del potere, con la quale il Generale comunica anche di ritenere nulli gli accordi di Skhirat del 2015, accordi che, per la comunità internazionale e l’ONU rappresentano, in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza,  l’unico riferimento legittimo relativo all’attuale governance libica. 

Non solo, ma si tratta di una dichiarazione che si oppone con chiarezza al percorso politico intra-libico proposto nella Conferenza di Berlino del gennaio scorso, i cui risultati prevedevano, in particolare, un cessate il fuoco duraturo e, soprattutto, il rispetto da parte di tutti gli Stati dell’embargo sulle armi. 

Condannata da gran parte della comunità internazionale, Unione europea in primis, la dichiarazione di Haftar rimette tuttavia in evidenza non solo la fragilità dei risultati raggiunti a Berlino,  ma anche e soprattutto il ruolo fondamentale che le potenze straniere continuano a giocare in questo conflitto. Se dalla parte del Governo di unità nazionale di al Sarraj è decisamente scesa  in campo la Turchia, favorendo una maggiore resistenza agli attacchi di Haftar e la riconquista di alcune zone, il Generale puo’ vantare, dal canto suo, il sostegno della Russia, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto. 

La realtà oggi è che la guerra, sulla quale soffiano tanti attori internazionali con interessi diversi, non si è fermata. Anzi. E’ tuttavia una guerra che, a causa della pandemia di coronavirus in corso, è entrata in una fase molto più pericolosa, sotto vari aspetti : non solo Haftar ha, da gennaio, bloccato parte dell’export di petrolio, ma la riduzione mondiale della domanda, ha fatto crollare le quotazioni del barile. Una prospettiva economica e politica alquanto inquietante, che si aggiunge ad altre situazioni non meno allarmanti, come quella dei migranti e dei richiedenti asilo, costantemente in pericolo per maltrattamenti e per espulsioni. 

Purtroppo oggi, le voci dell’ONU e dell’Unione Europea sono molto deboli. L’ONU non ha ancora nominato un sostituto a Ghassam Salamé, ex inviato speciale in Libia, mentre l’Europa, con l’Operazione “Irini” iniziata alcuni giorni fa, ha il pesante compito di controllare il rispetto dell’embargo sulle armi verso la Libia, una missione praticamente impossibile.

Sebbene abbia rilanciato in questo giorni un appello a tutti gli attori del conflitto per un ritorno al tavolo dei negoziati, certo è che l’Unione Europea, appena uscirà dall’emergenza della pandemia e avrà il tempo di guardarsi intorno, troverà una Libia ancor più inquietante a poche miglia dalle sue coste.

1 COMMENTO

  1. Libia:una situazione con molte responsabilità internazionali,piena di non detti e lotte tribali coperte,foraggiate dopo la caduta di Gheddafi.Certo, senza serietà politica la Libia resta divisa,in guerra ,senza regole reali con tanti interessi presenti e lontani ,in silenzio mentre parlano le armi e le morti.

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