Inclusione sociale e volontà   politica

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La strategia europea per la crescita e l’occupazione sta dando i suoi frutti, secondo la Commissione europea: aumenta il numero degli occupati, si riduce la disoccupazione in tutta Europa e la crescita, seppur condizionata dalla situazione internazionale e rivista al ribasso nelle recenti previsioni economiche di primavera, si conferma su basi ancora solide. Nell’ultimo biennio sono stati creati circa 7,5 milioni di nuovi posti di lavoro e uno dei segnali maggiormente positivi è costituito dalla continua crescita del tasso di occupazione di anziani e donne, che secondo la Commissione dovrebbero essere i maggiori beneficiari delle assunzioni previste nei prossimi anni: per i primi il tasso di occupazione raggiunge quasi il 44% e nove Paesi (Danimarca, Estonia, Irlanda, Cipro, Lettonia, Portogallo, Finlandia, Svezia e Regno Unito) hanno raggiunto o superato l’obiettivo di Lisbona del 50%; mentre per le donne il tasso è del 57,2% (con l’obbiettivo del 60%). Diminuisce anche la disoccupazione di lunga durata: dal 4% al 3,6%, segno della buona tenuta strutturale dell’attuale mercato del lavoro, osserva la Commissione.
Dopo il netto miglioramento registrato nel 2006-2007, la crescita dell’occupazione dovrebbe perಠdimezzarsi nell’anno in corso, passando dall’1,7% del 2007 allo 0,8% quest’anno e allo 0,5% il prossimo anno. àˆ quindi prevista la creazione di soli 3 milioni di nuovi posti di lavoro nel biennio 2008-2009, cosa che potrebbe compromettere non poco il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona che restano comunque molto lontani.
Inoltre, la crescita economica e la creazione di posti di lavoro non migliorano automaticamente la situazione delle persone più emarginate nella società   europea, perciಠè necessario «far interagire le varie politiche per assicurare la piena inclusione dei più vulnerabili» ha dichiarato il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimà ­r àƒâ€¦à‚ pidla, presentando l’annuale Relazione congiunta sulla protezione e l’inclusione sociale nell’UE. Pur essendo una delle regioni più ricche del mondo, infatti, l’UE e i suoi Stati membri sono ancora lontani dall’imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà   e all’esclusione sociale.
Anche se la situazione varia notevolmente da uno Stato membro all’altro, in genere il grado di indigenza e di svantaggi che si registra nell’UE è sentito come un fenomeno socialmente, moralmente ed economicamente inaccettabile. Una parte consistente dei cittadini dell’UE resta infatti socialmente esclusa, dato che il 16% circa della popolazione europea (cioè quasi 80 milioni di persone, di cui 19 milioni sono bambini) è esposto al rischio di povertà   legata al reddito, con rischi maggiori per le donne; un europeo su cinque vive in un alloggio insalubre, il 10% vive in un nucleo familiare in cui nessuno lavora, il tasso di abbandono scolastico supera il 15%. Nella maggior parte degli Stati membri, poi, i bambini e i giovani figurano tra i gruppi vulnerabili. Il rischio di povertà   infantile nell’UE (19%) supera quello della popolazione generale. Nei Paesi più colpiti la percentuale di bambini poveri si avvicina al 30%. Il 10% circa dei minori vive in famiglie in cui nessuno lavora e il 60% di loro è a rischio di povertà  . Nonostante i progressi realizzati sul mercato del lavoro, tale cifra è rimasta invariata dal 2000. Se lavorano entrambi i genitori, solo il 7% dei bambini è esposto al rischio di povertà  , ma la percentuale aumenta al 25% quando lavora solo un genitore. Tra gli altri fattori di rischio, oltre a una scarsa dinamica dell’occupazione, vi sono anche il vivere in una famiglia monoparentale o in una famiglia numerosa.
Avere un lavoro è il modo migliore per evitare l’esclusione ma non sempre è una garanzia, sottolinea la Relazione congiunta. L’8% circa dei cittadini dell’UE vive a rischio di povertà   anche se ha un lavoro, un problema particolarmente rilevante in Portogallo, Spagna, Grecia, Polonia, Lituania e Ungheria dove si trova in queste condizioni il 10% o più delle persone occupate. Persino in un mercato del lavoro dinamico, la percentuale delle famiglie senza lavoro puಠmantenersi stabile; alcune di esse tendono a restare prigioniere di un ciclo in cui si avvicendano periodi a bassa retribuzione e periodi senza retribuzione. A questo va aggiunta la questione salariale, segnalata negli ultimi mesi dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES): escludendo i Paesi scandinavi, dove la contrattazione collettiva riesce a difendere le retribuzioni dei lavoratori, in tutti gli altri Paesi europei la situazione è critica; in alcuni Paesi come Germania, Italia e Olanda negli ultimi anni non si è mantenuto neanche il potere d’acquisto dei salari rispetto all’inflazione; i dati Eurostat mostrano una riduzione del 6,36% della massa salariale nel PIL nel periodo 2002-2007, il che indica una redistribuzione dai salari ai profitti e alle rendite; l’aumento del lavoro precario ha prodotto sul versante salariale il fenomeno dei «salari di povertà  », con circa 25 milioni di lavoratori europei che guadagnano tra il 60-70% in meno della media salariale in atto in un determinato Paese.
Raggiungere le persone che vivono ai margini della società   e del mercato del lavoro costituisce una priorità   economica e sociale per l’UE, secondo cui «non solo non esiste contraddizione tra un’economia dinamica ed efficiente e un’economia incentrata sulla giustizia sociale, ma anzi queste due concezioni sono tra loro strettamente interdipendenti». Infatti, mentre lo sviluppo economico è necessario per garantire l’applicazione di misure sociali di accompagnamento, il reinserimento lavorativo di coloro che sono più ai margini del mercato del lavoro ma in grado di lavorare e la promozione dell’integrazione sociale sono parte essenziale della Strategia di Lisbona, il cui obiettivo è mobilitare appieno le potenzialità   delle risorse umane dell’UE.
La Commissione europea ha quindi proposto una strategia complessiva di coinvolgimento attivo per aiutare gli Stati membri a mobilitare le persone in grado di lavorare e fornire un sostegno idoneo a coloro che non sono in grado di farlo. La strategia associa un sostegno al reddito per garantire una vita dignitosa, un collegamento con il mercato del lavoro attraverso opportunità   di lavoro o di formazione professionale, complementare alla cosiddetta flexicurity, e un migliore accesso a servizi sociali di tipo abilitante. L’idea è quella di uno «stato sociale attivo», che dovrebbe fornire un apporto alla Strategia di Lisbona, oltre a essere un elemento essenziale della dimensione sociale della strategia di sviluppo sostenibile dell’UE.
Le organizzazioni sociali e sindacali europee, pur scettiche nei confronti di norme comunitarie prescrittive ritenute inadatte data l’eterogeneità   delle situazioni in Europa, hanno espresso il proprio sostegno a favore di un rinnovato impegno a livello di UE, soprattutto per l’idea di elaborare principi comuni europei e di rafforzare il metodo aperto di coordinamento. Come sottolinea perಠla Federazione europea delle persone senza dimora (Feantsa), «sconfiggere l’emarginazione è possibile, non occorrono invenzioni nà© particolari novità  , serve solo la volontà   politica di farlo, con la conseguente assunzione della responsabilità   permanente per la sostenibilità   verso tutti del modello di sviluppo che una società   sceglie e attua».

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