Draghi: più Europa per ricostruire l’Italia

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Nell’attesa di meglio capire l’Italia di Mario Draghi, quella annunciata e quella che gli sarà realisticamente possibile ricostruire sulle macerie cumulate dei disastri provocati dalla pandemia e di quelli alimentati da una pesante crisi politica, può essere utile provare a leggere l’Unione Europea a cui pensa Draghi, per capire qualcosa di più dell’auspicata ricostruzione dell’Italia. 

Può aiutare il suo intervento dell’agosto scorso al Meeting di Rimini. Fu un lungo discorso, Draghi la prese alla larga, manovrando con prudenza e prendendo spunto dalla pandemia ormai in corso da mesi, quando già era evidente che molto sarebbe stato da ricostruire in Italia e in Europa. Con due richiami non banali: quello italiano ad Alcide De Gasperi e quello europeo a John Maynard Keynes, un politico e un economista, entrambi alle prese con un dopoguerra ed entrambi animati dal coraggio di ricostruire una nuova comunità sulle macerie del passato.

Una premessa per poi dichiarare che “La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili”: vale per l’Italia di oggi  e per l’Europa, dove “la pandemia ha severamente provato la coesione sociale…e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei”.

A partire da queste considerazioni Draghi sviluppò il suo pensiero per l’Unione Europea di domani, ricordando i benefici della politica monetaria, quelli attesi dal “Next Generation EU” e il ruolo del bilancio europeo e la necessità di superare il modello intergovernativo affermatosi nell’UE per tornare ai valori non disgiungibili di solidarietà e responsabilità.

Certo Draghi non è Altiero Spinelli e non si propone come artefice di rotture e lo dice chiaramente: “È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni”, senza dimenticare che “Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune”.

Come possa configurarsi l’Unione Europea di domani Draghi lo ha precisato meglio nel suo discorso di insediamento al Senato quando, dopo aver ricordato l’Italia socio fondatore dell’UE e l’irreversibilità dell’euro, ha evocato “la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”. Anche più chiaro il seguito: “Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa” con la constatazione che “fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine”. 

Verrebbe da pensare che dopo il meeting di Rimini, Draghi abbia fatto qualche passo avanti, se non altro perché nella sua nuova funzione doveva mettere in chiaro che l’orizzonte dell’Italia è l’Europa,  a cui cedere progressivamente sovranità, conformemente all’art. 11 della Costituzione. E’ bene che ne prendano nota anche gli europeisti pigri, quelli che hanno dimenticato non solo Altiero Spinelli ma anche Luigi Einaudi, quelli che sono stati europeisti a giorni alterni e quelli di improvvisa e recente conversione, tutta da verificare.  Un invito all’Italia a tornare a essere un Paese fondatore dell’Unione in un’Italia da rifondare o, almeno, da ricostruire.

A voler essere realisti, sarà dura anche per Draghi, non solo guidare la compagine di governo non proprio omogenea che gli è toccata, ma anche far valere da buon italiano queste sue convinzioni nelle sedi mondiali e in quelle europee, senza bisogno di battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, ma portandovi la credibilità di un governo e di un Paese con ritrovata dignità, tale da non costringerlo a presentarsi al Consiglio europeo come De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi nel 1946: “Prendo la parola in questo consesso…e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Non siamo a questo punto, per non arrivarci dipenderà non solo da Draghi e dal suo frammentato governo, ma molto di più dagli italiani.

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