Democrazia in Europa

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A giudicare dal numero di elezioni che, nel rispetto delle regole, si susseguono, in questi giorni in Europa si potrebbe dedurne che la democrazia gode sul nostro continente di buona salute.
Sono stati da poco incassati i voti in Baviera Wuttemberg (e non sono state buone notizie per Angela Merkel) e nel Regno Unito dove sono stati mandati all’opposizione i laburisti, avviando un’inedita e fragile coalizione tra conservatori e liberali; a pochi giorni di distanza c’erano state le elezioni nella Repubblica Ceca, in Ungheria e Paesi Bassi e, nello scorso week end, in Slovacchia e Belgio.
I risultati di tutte queste consultazioni elettorali hanno risentito degli effetti devastanti della crisi in corso e delle misure di rigore necessarie per farvi fronte. Ma con la turbolenza innescata dalla crisi si sono intrecciati altri due temi sensibili: quello delle identità   nazionali e del rifiuto dell’immigrazione con i suoi corollari xenofobi.
Una miscela esplosiva che sta minacciando la tenuta dell’Unione Europea, già   sotto pressione per la salvaguardia dell’euro e per la ricerca di politiche economiche almeno coordinate, se non ancora comuni, di contrasto alla crisi.
Se si guardano un po’ più da vicino le ultime elezioni – quelle ungheresi, olandesi, slovacche e belghe – crescono le preoccupazioni sul futuro della democrazia in Europa, sulla tenuta della sua coesione sociale e sulle prospettive realistiche di una maggiore integrazione economica e politica come chiedono con insistenza voci di sensibilità   diversa da Jacques Delors a Và ¡clav Havel e Giorgio Napolitano, da Vincenzo Monti a Romano Prodi.
E non si tratta di valutazioni legate all’alternarsi di governi tra conservatori e progressisti, per non dire tra forze di destra e di sinistra, difficili da identificare in questi tempi confusi.
La preoccupazione nasce dall’emergere e crescere in questi Paesi – e non solo – di spinte disgregatrici della coesione nazionale e, insieme con questa, della solidarietà   europea.
Gli ungheresi hanno dato fiato a forze nostalgiche che mirano a riproporre il sogno della «Grande Ungheria» anche attraverso il rilascio del passaporto ungherese alle minoranze insediate nei Paesi vicini. Misura che ha fatto crescere la tensione con la vicina Slovacchia, primo bersaglio di questa simbolica «invasione» e i risultati non si sono fatti attendere. Nelle elezioni di sabato scorso, in Slovacchia, centrali nel confronto sono diventati i temi dell’indipendenza e del nazionalismo, che che in quelle regioni vicine ai Balcani non annunciano nulla di buono.
A loro volta i Paesi Bassi hanno fatto registrare un massiccio balzo in avanti del PVV (Partij voor de Vrijheid – Partito per la Libertà  ), formazione islamofoba di Geert Wilders: la sua battaglia contro gli immigrati gli ha fatto raddoppiare i seggi nel Parlamento olandese, dove è diventato oggi il terzo partito. Anche qui si annuncia una coalizione difficile, con conservatori e socialisti praticamente alla pari.
Ultima tornata elettorale quella appena conclusasi in Belgio: come previsto, un grande balzo in avanti del partito secessionista delle Fiandre, Nuova alleanza fiamminga, che sfiora il 30% dei suffragi quadruplicando i seggi in Parlamento, mentre perdono posizioni i partiti tradizionali, ad eccezione dei socialisti francofoni che ritornano ad essere il primo partito al quale potrebbe essere affidata la formazione del nuovo governo. Ne risulta una mappa politica complicata alla quale il Belgio è abituato (nel 2007 ci vollero 282 giorni per formare una nuova fragile coalizione di governo), ma adesso ai conflitti linguistici si assomma la crisi economica e tutto questo a pochi giorni dal turno belga di presidenza europea.
Dire che questi risultati elettorali interrogano l’Europa sul futuro della sua coesione e della sua democrazia è sicuramente un eufemismo.
Dire che queste dinamiche elettorali mandano preoccupanti messaggi all’Italia non è fuori luogo. L’esasperazione del tema dell’identità   unito alle tensioni indotte dalla crisi sta diventando un terreno di coltura della disgregazione sociale. Il caso del Belgio getta un’ombra lunga anche sull’Italia: dopo aver giocato a lungo col fuoco del federalismo, i belgi sono adesso sul bordo della secessione come già   si augura qualcuno da noi per l’Italia.
Per non cadere nel baratro, il Belgio puntava sull’integrazione europea come argine al rischio di frammentazione nazionale contenuto nel progetto federalista. Che ne sarà   dell’Italia dove quelli che stanno forzando sul federalismo sono gli stessi che osteggiano il processo di integrazione europea e questo proprio mentre la crisi esige solidarietà  , unità   nazionale e rafforzamento dell’Unione Europea?

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