Crisi finanziaria: un’occasione per l’Europa

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Mentre i mercati di tutto il mondo registrano forti recuperi dopo le decisioni dell’Europa, senza tuttavia placare l’ansia di risparmiatori e contribuenti preoccupati che la «luce in fondo al tunnel», annunciata da Bruxelles, possa ancora essere quella di un treno che ci corre incontro pronto a travolgerci, vale la pena interrogarci su chi quel treno potrebbe contribuire a fermare. A cominciare dall’Europa, che del cataclisma in corso non è all’origine, ma nemmeno estranea e che adesso è chiamata a dimostrare che esiste e che è in grado di proteggere i suoi cittadini non solo nell’immediato ma in modo durevole.
Che il primo epicentro del terremoto finanziario sia stato negli USA è noto: vi hanno contribuito un indebitamento pubblico e privato fuori misura, un liberismo sfrenato, l’avidità   di un mercato senza regole, un’assenza di dimensione etica e, non irrilevante, i costi di una politica «imperiale» guerriera come nel caso dell’Iraq.
Tracce abbondanti di queste componenti sono facilmente reperibili anche in Europa seppure in misura minore e più contrastata. Qualcosa di simile vale per l’Italia, dove pesante è l’indebitamento pubblico (sempre il più alto d’Europa e destinato ad aumentare) in un mix singolare di cultura liberista e statalista, con una caduta etica illustrata da episodi come quelli di Cirio e Parmalat e una suddita disponibilità   ad associarci ad avventure militari come fu, a suo tempo, la decisione di partecipare alla guerra contro l’Iraq.
E adesso di qui bisogna partire per risalire la china e riparare agli errori del passato. Dopo molte esitazioni l’Europa ci sta provando percorrendo strade in parte nuove, sia per le misure adottate sia per le innovazioni istituzionali introdotte. Sul merito molto ci sarebbe da dire, in particolare sui costi dell’operazione salva-banche a carico del contribuente e sul probabile impatto dell’aumento del debito pubblico sulla crescita a medio termine.
Intanto perಠè interessante registrare le innovazioni istituzionali venute alla luce nel corso dei numerosi Vertici che hanno costellato questi ultimi giorni. Prima, la partecipazione dei massimi responsabili di Francia, Germania, Regno Unito e Italia all’incontro di Parigi alla vigilia della riunione dei ministri economici del G7 a Washington (il club dei Paesi più sviluppati, con la Russia tenuta fuori), domenica scorsa il Vertice straordinario, per l’urgenza e la composizione, dei capi di Stato e di governo dei Paesi dell’euro e adesso il rituale Consiglio europeo riunito a Parigi al gran completo in attesa di un Vertice mondiale di cui sarà   interessante valutare la composizione.
Si è trattato di consultazioni a geometria variabile, e tuttora incerta, cui sono stati associati successivamente rappresentanti diversi, alla ricerca di una configurazione istituzionale capace di rispondere alle dimensioni della crisi e alla sua natura ormai chiaramente globale.
Di qui il primo insegnamento: a crisi globale risposta globale, allo strapotere mondiale della finanza la ricerca di una risposta del potere politico a livello sopranazionale, ad una crisi di sistema ma con articolazioni diversificate per aree continentali una risposta flessibile ma fortemente coordinata.
In questa occasione l’Europa, ancora priva del Trattato di Lisbona e alla ricerca di una soluzione dopo il «no» dell’Irlanda, ha fatto qualche passo avanti. Non tanto con la riunione di una sorta di direttorio dei quattro più grandi Paesi (mal visto da tutti gli altri con la Spagna in testa, non senza ragione), quanto invece con il Vertice di domenica scorsa dei quindici Paesi che condividono, con la moneta unica, opportunità   e rischi e una comune responsabilità  . Si è trattato di una «prima» assoluta: per chi non se ne fosse accorto, sta prendendo forma quell’Europa a più velocità   che potrebbe avere nei Paesi dell’euro il suo naturale fulcro, quell’avanguardia che molti invocano da tempo e che la crisi in corso potrebbe spingere verso la costruzione di un governo economico europeo dove la politica orienta l’economia di cui la finanza ridiventa strumento.
Chissà   che adesso dalle macerie di Wall Street non possa nascere una nuova Europa, più autonoma, più regolata, più coesa e più sociale. Che poi è ancora, nelle mutate condizioni di oggi, l’Europa dei Padri fondatori che la edificarono sulle macerie di un’altra ben più sanguinosa guerra che non quella che stiamo vivendo, ma con un identico obiettivo: ricostruire ricchezze distrutte, richiamare tutti all’etica della solidarietà   ed evitare guerre future.
A mezzo secolo di distanza torna per l’Europa una grande occasione: quella di reinventarsi soggetto politico in questo inizio di millennio, di ricostruirsi con «chi ci sta», senza chiudere le porte, ma anche senza perdere tempo con chi ancora esita o dice «no» e promuovendo intese sempre più larghe, a misura del villaggio globale di questo nostro fragile mondo.

1 COMMENTO

  1. E’ ora che l’Europa si renda conto che gli interessi americani non coincidono più con quelli europei. L’Europa ha il potere di cambiare le cose (con un miglioramento dei rapporti con la Russia), dobbiamo liberarci della NATO e avvicinarci di più all’Asia. Le cose devono cambiare o affonderemo insieme agli USA.

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