Un’Europa senza anima e senza cuore?

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Non mancano le critiche all’Europa di oggi e a farne le spese è in particolare quell’Unione Europea che del continente è forse la parte più viva e quella che più si richiama a valori dello spirito, come la giustizia e la solidarietà.

Non v’è dubbio che questa Unione, nata con le prime Comunità europee create negli anni ‘50, abbia avuto tra i suoi Padri fondatori grandi statisti di ispirazione cristiana: delle loro convinzioni si trovano sicure tracce nella formulazione dei Trattati che, pur mantenendosi rispettosamente laici, si richiamano nei loro principi fondativi a valori in cui i cristiani d’Europa non avevano difficoltà a riconoscersi.

Ma non sempre dichiarare principi significa metterli compiutamente in esecuzione, anzi. Risuonano ancora oggi ironiche e lucide la parole dello scrittore Mark Twain: “Appoggiatevi forte sui principi, finiranno per cedere”.

Forse qualcosa del genere è avvenuto negli anni anche con l’Unione Europea. Quei valori fondativi sono stati incessantemente riaffermati nei primi articoli dei Trattati che si sono via via succeduti, come anche nelle generose pagine della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”, oggi norma vincolante allegata al Trattato di Lisbona in vigore.

Sarebbe interessante, ma anche complicato, provare a capire che cosa è successo all’Unione Europea, accusata oggi di essere un corpo senz’anima.

Ad essa si rivolse con parole accorate papa Francesco in occasione del conferimento del premio Carlo Magno nel 2016: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”

Non è senza fondamento pensare che già tre anni fa quelle parole fossero state provocate dai drammi vissuti dai migranti e che parole analoghe papa Francesco abbia rivolto nei giorni scorsi ai leader europei perché si assumessero le loro responsabilità verso quei migranti abbandonati da giorni in mare.

Molto correttamente il papa non ha indirizzato un’invettiva, come è d’uso fare, all’Europa “capro espiatorio” di colpe spesso non sue o, almeno non delle sue Istituzioni sovranazionali, come nel caso della Commissione europea e del Parlamento di Strasburgo. Papa Francesco si è rivolto ai leader europei, ai responsabili dei governi nazionali, di quello italiano e degli altri Paesi, ostili all’accoglienza dei migranti e insensibili alle pressioni delle Istituzioni europee per trovare una soluzione. E lo ha ripetuto con anche maggiore chiarezza appena due giorni dopo, non rivolgendosi a un’indistinta Europa, ma chiedendo che “i governi prestino aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, della violenza, delle persecuzioni, delle catastrofi “.

Certo non si addice a un papa , se non in casi estremi, chiamare i responsabili con nome e cognome, ma certamente in questo caso non c’è n’era bisogno.

Sono toni e appelli simili al discorso citato sopra che ci aiutano a capire che se l’anima dell’Europa è indebolita, lo si deve agli uomini che la governano, a quegli intellettuali che tacciono, ai poeti che non ci fanno più sognare, ai filosofi che non alimentano saggezza e ai “grandi uomini” che ci mancano crudelmente.

Perché l’anima dell’Europa la devono svegliare e stimolare i suoi cittadini, che dall’Unione Europea hanno ricevuto benefici importanti, come un benessere crescente e, più ancora, un periodo insolitamente lungo di pace, ma poco si sono coinvolti nel tenere vivi e imporre i valori di giustizia e solidarietà sui quali questa Unione è stata fondata.

La gran macchina dell’Europa è il corpo, sono i cittadini la sua anima. È venuto il momento che si facciano sentire e, tra loro, i cristiani per primi, come all’origine di questa straordinaria avventura che è il processo incompiuto dell’integrazione europea.

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