Turchia: la democrazia di Erdogan

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Si sono apparentemente calmate le proteste che hanno scosso, come una vampata, la Turchia durante lo scorso mese di giugno. Partite da Istanbul in risposta ad un ennesimo piano edilizio che avrebbe sacrificato l’emblematico Gezi Park, le proteste si erano estese ad altre città, come Ankara o Izmir. Segno di una società in movimento, alla ricerca di un complesso equilibrio fra democrazia, islamismo, rispetto delle minoranze etnico-religiose e, da un punto di vista geopolitico, fra Oriente ed Occidente.

E’ in questo sensibile scenario che il Primo Ministro turco Erdogan, dopo aver messo a tacere le proteste, ha presentato il 30 settembre scorso  il suo piano di “riforme democratiche”, sorta di manifesto  in vista di due importanti appuntamenti elettorali nel 2014, e cioè le elezioni presidenziali e le elezioni provinciali.

Il contenuto di tale pacchetto, se considerato come un tassello supplementare verso un percorso democratico, comporta aspetti importanti e degni di riflessione. Innanzitutto rappresenta una prima parziale risposta ai diritti delle minoranze etniche presenti nel Paese e in particolare per quanto riguarda i curdi, circa quindici milioni di persone che rappresentano il 20% della popolazione. Dopo circa 30 anni di c conflitto che ha provocato più di 40.000 morti e una recente e fragile apertura di negoziati di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), separatista, le misure previste da Erdogan riguardano l’istruzione in lingua curda nelle scuole private nonché l’uso di tale lingua per le campagne elettorali. Sul piano politico Erdogan ha promesso un dibattito volto a ridurre la soglia del 10% dei suffragi per entrare in Parlamento, una misura che, se attuata, permetterebbe una più corretta rappresentazione popolare. Si tratta di timide misure, che hanno provocato delusione fra i curdi, i quali, da tempo, chiedono l’insegnamento della loro lingua nelle scuole pubbliche e un riferimento esplicito alla loro identità nella Costituzione turca.

Su un altro versante, Erdogan ha inoltre annunciato un’ulteriore misura che, se da una parte è considerata un rafforzamento della democrazia, dall’altra e per l’opposizione è oggetto di inquietudine e un ulteriore segnale di una svolta islamica dello Stato. Si tratta della decisione di togliere il divieto di portare il velo per le donne impiegate nell’amministrazione pubblica. Dal 2002 infatti, il partito di Erdogan al potere, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), di orientamento islamico, ha sistematicamente tolto il divieto di portare il velo negli ambienti pubblici, un divieto scrupolosamente rispettato fino ad allora dalla Turchia mussulmana e laica voluta da Ataturk.

L’Unione Europea ha manifestato il suo interesse e apprezzamento per il processo di riforme in corso in Turchia, insistendo in particolare sul rispetto dei diritti fondamentali. Il 2014 sarà un anno di particolare importanza per la Turchia, chiamata ad esprimersi in due importanti esercizi elettorali. Sarà solo il rispetto del responso delle urne a indicare la strada del futuro del Paese.

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