Spiragli di pace sulla Siria

I venti di guerra e di un intervento militare da parte degli Stati Uniti in Siria sembrano attenuarsi dopo la proposta della Russia, accolta ora anche da Bachar al Assad, di consegnare alla sorveglianza internazionale l’arsenale di armi chimiche siriano e la sua distruzione. Una proposta giunta quasi in extremis e alla vigilia di un voto al Congresso americano che avrebbe dovuto autorizzare l’intervento militare e che ha avuto, come primo effetto, quello di rinviare il voto e di offrire al Presidente Obama, nella sua sofferta determinazione a colpire, altri margini di riflessione. Ma la proposta russa si spinge oltre e, quasi a sottolinearne la credibilità, invita la Siria ad aderire alla Convenzione sulla proibizione di armi chimiche.

L’incontro del G20 a San Pietroburgo, che aveva avuto come tema centrale proprio la Siria, sembrava essersi concluso sulla netta opposizione fra Stati Uniti e Russia a proposito di un intervento militare americano, ma anche sulla divisione dei Paesi europei, dove solo la Francia aveva chiaramente sostenuto l’opzione militare. Ma quella palpabile freddezza tra Obama e Putin, carica di nuovi significati sulla scena internazionale a più di vent’anni dalla fine della guerra fredda, è stata probabilmente sospesa durante un breve e segreto incontro dietro le quinte, durato non più di mezz’ora. Forse, in quel breve incontro, i due leader hanno valutato, ognuno dalla propria parte e alla luce di interessi senz’altro divergenti, le conseguenze disastrose e imprevedibili di un intervento militare in Siria e in tutto il Medio Oriente. Forse è proprio in quella mezz’ora di incontro che la Russia ha maturato la sua proposta che, se percorribile, ha il merito di aprire un piccolo spiraglio al negoziato diplomatico e di posporre il possibile intervento militare. Forse ha soprattutto valutato quanto un confronto militare con gli Stati Uniti sul suolo siriano avrebbe svelato la sua inferiorità militare e tecnologica e messo a repentaglio la sua credibilità e protagonismo sulla scena regionale e internazionale.

Rimane il fatto che questa nuova situazione sta impercettibilmente ricomponendo le forti divisioni del mondo sulla Siria, divisioni che si sono espresse in particolare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU tanto da averne paralizzato, per più di due anni e mezzo, la capacità di condanna del regime siriano e di disegnare, quando era forse ancora possibile farlo, un progetto politico di soluzione del conflitto. Non solo, ma la sospensione dell’intervento militare sottolinea la consistente opposizione alla guerra che si è venuta a creare nell’opinione pubblica americana ed europea, un’opposizione che ha trovato grande eco anche nelle parole e nella condanna di Papa Francesco.

Tuttavia, anche se si allontana per il momento l’intervento militare, rimangono forti i quesiti sul futuro politico della Siria. Al di là della questione delle armi chimiche, di chi le ha usate, della loro destinazione e distruzione, i nodi politici da sciogliere per una pacificazione del Paese prima e della regione poi, rimangono intatti: che ne sarà della guerra civile in corso, quale sarà il destino di Bachar al Assad, quali saranno gli interlocutori moderati nel campo dei ribelli, dove combattono ormai anche attori di chiara matrice islamica e jihadista ? Dove si situerà la linea di spartizione fra sunniti e sciiti nella regione, aspetto non indifferente per la soluzione di un conflitto intorno al quale si posizionano da una parte, in particolare, l’Arabia Saudita e la Turchia e dall’altra l’Iran e gli Hezbollah libanesi ? Che ne sarà dei negoziati sul nucleare iraniano ? Quale sarà la posizione di Israele in un contesto di estrema instabilità e dove sempre alta è la tensione sulle alture del Golan ? Quale futuro per i negoziati di pace israelo-palestinesi ?

Ecco alcuni dei tanti quesiti che la diplomazia e la comunità internazionale dovranno affrontare per costruire la pace. Come sottolineato da Papa Francesco è necessario superare con coraggio tutte le divisioni che si intrecciano in Medio Oriente e chiamare tutte le forze al tavolo dei negoziati. Perché non è certo un intervento militare, anche se limitato, che porrà fine a una situazione di per sé tanto esplosiva e soprattutto non porrà fine alle troppe e lunghe sofferenze del popolo siriano. C’è da augurarsi che questo primo passo dei russi, valutato e accolto dagli americani, non si fermi qui, lasciando ancora senza risposte le tante attese per un effettivo percorso di pace in Medio Oriente.

1 COMMENTO

  1. Dopo momenti di altissima tensione durante i quali già si sentiva parlare di “nuova guerra mondiale”, ora pare che le acque si siano calmate lasciando il passo alla diplomazia. Era ora che i metodi di risoluzione democratica prevalessero sulle armi.
    L’intervento militare è sconsigliabile sempre, in ogni caso e l’opinione pubblica americana lo ha ben dimostrato ieri, in occasione della commemorazione dell’11 settembre, quando ha ribadito con forza l’inutilità di un nuovo intervento militare che potrebbe connotarsi a tutti gli effetti come un nuovo Iraq o come una nuova Afghanistan. È la storia ad insegnarci che ogni intervento militare é sempre stato nefasto e portatore di morti, sempre perlopiù civili e allora perché c’è chi ancora sostiene la necessità di risolvere i conflitti militarmente?
    La diplomazia è uno dei frutti della democrazia e allora perché non usarla?
    In quest’ordine di idee la Russia si è dimostrata più ricettiva proponendo alla Siria di aderire alla Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (Opcw) scongiurando un imminente attacco miltare, condannato da gran parte dell’opinione pubblica mondiale (ad eccezione dei già citati Stati Uniti, di Israele e della Francia).
    Al fine di evitare l’incremento dello sbandamento politico e sociale bisogna pensare ai civili siriani, a loro che muoiono ogni giorno, a loro che si rifugiano nei campi profughi nella confinante Giordania. Un vero aiuto che può essere dato èquello di fornire gli strumenti consoni alla creazione di una nuova classe dirigente post Assad e di una mentalità democratica, pacifista che possa permettere alla Siria di rinascere e rifondarsi su basi nuove, democratiche e civili. È in questo modo che l’Occidente deve intervenire. Non con le armi.

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