Guerra e pace nella Russia di Putin

Il vertice del G20, che riuniva a San Pietroburgo i potenti di questa terra ha ancora una volta rivelato tutta la sua impotenza a trovare una risposta condivisa ai molti e gravi problemi di questo nostro mondo globalizzato, dilaniato da opposte sovranità nazionali, incapaci di abbozzare qualcosa che assomigli ad un governo mondiale.

A centro del confronto il dramma della Siria e i venti di guerra che continuano a soffiare minacciosi nell’area mediterranea. A San Pietroburgo il duello tra Obama e Putin ha occultato in parte altre tensioni che hanno interessato l’Europa, ancora una volta incapace di trovare una posizione comune, non solo sulla vicenda siriana ma anche sui nodi irrisolti dell’economia e della fiscalità europea.

Agli europei Obama è riuscito a strappare un consenso di principio sulla necessità di condannare l’uso di armi chimiche, senza tuttavia che ne sia seguito l’impegno a un’azione comune. Troppo distanti le posizioni della Francia, che si era precipitata a fianco degli USA in caso di un intervento militare, della Gran Bretagna di Cameron impedita dal proprio Parlamento a seguire quella strada, della Germania fermamente contraria a quell’opzione al punto di ritardare la propria firma al documento di condanna al quale si era piegato, dopo qualche esitazione, anche l’Italia.

Dicono le cronache che qualche giorno dopo, a Vilnius, in una riunione prudentemente informale i ministri degli esteri hanno cercato di ricompattarsi, senza tuttavia che sia chiaro quali decisioni operative potrebbero seguire. Intanto si è cercato di guadagnare tempo, in attesa delle conclusioni degli ispettori ONU e delle decisioni del suo Consiglio di sicurezza, consentendo così alla Francia di fare un passo indietro senza troppo perdere la faccia.

Non c’è stata maggiore chiarezza sul futuro governo dell’economia europea, ancora nella tenaglia di un’austerità sempre più soffocante e una crescita troppo debole per fare sperare una rapida uscita dal tunnel della crisi: raccomandazioni sono state formulate in favore di riduzioni fiscali, in particolare sul lavoro, obiettivo da tutti ritenuto prioritario.

A saldare i due temi – quello del possibile intervento militare USA e quello degli stimoli all’economia europea, in una fase di contrazione della crescita dei Paesi emergenti – il negoziato, appena aperto, di un Patto di mercato transatlantico USA-UE che potrebbe riavvicinare entrambe le sponde dell’Atlantico e favorire non solo una ripresa economica ma anche un rafforzamento di ruolo dell’Occidente, senza che ne sia esclusa indirettamente anche una dimensione militare.

Come si vede, un quadro complesso che ha messo in difficoltà – come ne avesse bisogno in un momento come questo – il governo italiano oscillante tra la posizione più critica verso gli USA del ministro degli esteri Bonino e la disponibilità al compromesso del nostro Presidente del Consiglio.

Forse non è un caso, che nelle stesse ore, il Presidente Napolitano abbia chiamato l’UE a “un salto di qualità” in favore di “un’Europa internazionalmente più forte e economicamente più dinamica in uno scenario di ricorrenti turbolenze politiche e di sempre più agguerrita competizione”.

Un messaggio indirizzato certamente ai leader europei, ma senza escludere l’Italia, alle prese con un’instabilità politica che ne penalizza il ruolo in Europa e nel mondo.

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