Se la Banca Centrale Europea torna protagonista

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Nelle stesse ore in cui esplodeva la folle crisi politica italiana la Banca centrale europea (BCE), in una riunione che aveva in programma da tempo, è tornata in campo con decisioni che non si vedevano da tempo.

Si è trattato di una coincidenza casuale, alla quale ne va aggiunta un’altra: l’ultimo intervento del genere la BCE lo aveva fatto nel 2011, anno di un’altra grave crisi politica italiana che registrava la rovinosa caduta del governo Berlusconi e la chiamata in servizio del “tecnico” Mario Monti, il tutto nell’anno in cui Mario Draghi accedeva alla presidenza della BCE. Se si trattasse di un romanzo poliziesco verrebbe da pensare che così tante coincidenze sono più di un indizio,anche se non ancora una prova dell’esistenza di un “serial killer”.

Nel 2011 fu l’ultima volta in cui la BCE alzò i tassi di interesse: era una stagione di crisi finanziarie, con la Grecia sul patibolo, e con l’Italia richiamata all’ordine dai responsabili dell’eurozona, preoccupati per l’incapacità di Berlusconi di varare riforme indispensabili per la sostenibilità finanziaria dell’Italia. In quell’occasione fu il presidente Napolitano ad assumersi la responsabilità di rispondere a quelle preoccupazioni, chiamando a salvare il salvabile Mario Monti, che restò alla guida del governo per poco di più di 17 mesi, battuto adesso sul filo di lana da Draghi per pochi giorni in più.

Ma lasciamoci alle spalle tutte queste coincidenze e veniamo alle due decisioni della BCE lo scorso 20 luglio. La prima, attesa solo in parte, è stato l’aumento dei tassi di interesse non di un quarto di punto come si pensava, ma dello 0,50. L’aumento era previsto a fronte dell’impennata dell’inflazione poco lontana nella zona euro del 9%, il suo raddoppio ha avuto per molti osservatori un “colore italiano”, all’indomani di una crisi politica al buio, con una decisione che avrebbe aggravato il costo per gli interessi di un debito italiano che viaggia verso i 2mila 800 miliardi di euro e senza contare il conseguente raffreddamento della crescita economica, quella italiana compresa.

C’era qualcosa di sapore italiano anche nella seconda decisione della BCE, quella di tenere pronto uno “scudo finanziario europeo” per far fronte ad eventuali interventi speculativi sui mercati, con la conseguenza di aumentare la tensione –  il ritorno dello “spread – tra i Paesi dell’eurozona alterando gli equilibri economici e commerciali e mettendo in pericolo l’euro. Lo strumento messo a punto, nella speranza di non dovervi ricorrere, interviene nel nuovo scenario venutosi a creare nelle finanze pubbliche dell’eurozona dopo la crisi del Covid, con un debito medio salito al 95,7% sul Prodotto interno lordo (il Trattato di Maastricht prevedeva il 60%!), ma con Paesi  nel sud dell’UE che superano di molto la soglia del 100%: Grecia 189,3%, Italia 152,6%, Portogallo 127%, Spagna 117 % e Francia 114,4%. 

Non ci sarà quindi da stupirsi se vedremo presto tornare alla carica i “falchi” del nord, in particolare in occasione della prevista revisione del “Patto di stabilità” che dovrà affrontare il nuovo governo italiano, indebolito dalle dimissioni di Draghi ed esposto a una stagione di instabilità politica che allarma i nostri partner europei.

Non sarà facile far valere i vincoli europei che ci aspettano e non sarà certo una campagna elettorale di sparate demagogiche a farlo, promettendo la luna e illudendosi che siano possibili “scostamenti di bilancio” che, tradotto, significa nuovo debito. Per i nostri apprendisti stregoni si può sperare che alla fine valgano le parole del presidente americano Abraham Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo”.

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