Diari di guerra 9 – Africa e Medio Oriente: tra Russia e Occidente

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È un periodo in cui le visite dei maggiori responsabili politici mondiali in Medio Oriente e in Africa si susseguono senza sosta. Le ricadute della guerra in Ucraina sulla ricomposizione delle relazioni internazionali sono senz’altro alla base di tali spostamenti diplomatici, dove si incrociano vecchi e nuovi interessi e strategie geopolitici.

Dopo la visita del Presidente americano Joe Biden in Israele e in Arabia Saudita, è stato l’incontro di Vladimir Putin a Teheran con i responsabili politici iraniani e con il Presidente turco Erdogan a porre sotto i riflettori, con una angolatura diversa, emergenze e instabilità in Medio Oriente. I temi affrontati non erano da poco, a cominciare dal voler riprendere i fili del “Processo di Astana” per il raggiungimento di una stabilizzazione in Siria. I tre Paesi, benché su posizioni diverse, hanno istituito tale processo nel 2016, in alternativa ai tentativi di pace dell’ONU. 

Oggi, benché Bashar El Assad, sia seduto, da vincitore, su un trono di rovine, non mancano nuove tensioni alla frontiera fra Siria e Turchia, su quel pezzo di terra controllato dalle forze curde e sotto la minaccia di un’offensiva da parte dello stesso Erdogan. Minaccia per il momento sospesa, il tempo, forse, di assaporare, per il Presidente turco, gli effetti positivi della mediazione e dell’accordo raggiunto sull’esportazione del grano ucraino dal porto di Odessa, tema questo al centro delle discussioni a Teheran e concretizzatosi pochi giorni dopo ad Istanbul. 

Un accordo importante, che investe in pieno la complessità della strategia politica e dell’interdipendenza dell’alimentazione (e della fame) mondiale. Un accordo tuttavia che, se da una parte è stato salutato con grande sollievo dall’ONU, definito “un accordo per il mondo”, dall’altra non nasconde tutte le fragilità provenienti da un impegno preso nel bel mezzo di una guerra fra le parti, come già avvenuto con il recente bombardamento su Odessa da parte russa.

Altri temi affrontati da Putin con il Presidente iraniano Raisi, sullo sfondo di una reciproca ricerca di alleanze e del peso, per i due Paesi, di sanzioni occidentali, sono stati, da una parte il progetto di un partenariato strategico globale, in una prospettiva di rafforzamento delle relazioni politiche, economiche e commerciali fra Russia e Iran e dall’altra l’appoggio per una ripresa dei colloqui per l’accordo sul nucleare iraniano. Temi non da poco, se si considera la loro sensibilità e non solo a livello di stabilità regionale o agli occhi di Israele e degli Stati Uniti, ma per l’insieme delle future relazioni internazionali.

La diplomazia russa non si è tuttavia fermata in Medio Oriente. Il suo viaggio è proseguito con  il Ministro degli esteri Lavrov in Africa, in quei Paesi particolarmente preoccupati dalla prospettiva di mancanza di grano per le rispettive popolazioni e con i quali valeva la pena rinsaldare vecchi e nuovi rapporti, vecchie e nuove dipendenze. Egitto, Congo Brazzaville, Uganda, Etiopia sono state le destinazioni di Lavrov, volte a rassicurare i rispettivi responsabili politici e a garantire la loro “distanza” dal conflitto in Ucraina. Non solo, perché il viaggio di Lavrov si inserisce ormai nella prospettiva politica di Mosca di rafforzare la sua presenza in Africa, iniziata ben prima della guerra.

Infine, rimane sempre lo stesso interrogativo: e l’Europa in tutto ciò? Che ne sarà  del nuovo Accordo di partenariato con l’Africa, firmato pochi mesi fa? Per ora sappiamo che, proprio mentre Lavrov effettuava il suo viaggio, Emmanuel Macron, Presidente francese, iniziava la sua tournée in Africa: Camerun, prima economia dell’Africa centrale, Benin e Guinea Bissau. Un viaggio rischioso, in un momento in cui affiorano sentimenti antifrancesi e non solo, e dove il Presidente intende parlare di “crisi alimentare provocata dalla guerra in Ucraina, di sfide della produzione agricola e di sicurezza”.

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