Italia e Europa dopo Draghi

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La fine del governo Draghi non sarà la fine del mondo e nemmeno dell’Unione Europea, ma l’annuncio di un mutato ruolo dell’Italia nell’UE probabilmente sì.

L’Italia, Paese fondatore delle prime Comunità europee negli anni ‘50,  ha vissuto alterne vicende nella straordinaria avventura dell’integrazione europea, prima con politici visionari come Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi e poi con successivi frequenti periodi di ridotta rilevanza. Per limitarci agli ultimi trent’anni la presenza italiana è stata negativamente segnata dal governo Berlusconi, riscattata da Romano Prodi e da Mario Monti e dai governi successivi (con l’eccezione delle infelici esperienze giallo- verdi) grazie alle presidenze di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, per toccare il più alto tasso di credibilità con il governo di Mario Draghi.

Senza dimenticare che a rafforzare il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea hanno grandemente contribuito Presidenti della Repubblica di alto profilo come Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, strenuamente, Sergio Mattarella, oggi alle prese con una credibilità italiana in caduta libera a livello internazionale.

Alcuni di quei protagonisti restano in campo ma devono fare i conti con movimenti nazional-populisti dall’andamento carsico, pronti a saltare fuori quando sentono che il malcontento e il disagio sociale può diventare facile preda della demagogia e regalare loro consenso.

Non è un fenomeno solo italiano, e nemmeno solo ungherese o polacco, ma è tornato con forza sulla scena anche in Francia, alle ultime elezioni presidenziali e legislative e sta crescendo in Spagna, mentre resta sotto controllo in una Germania, nonostante la nuova debole leadership di Olaf Scholz.

Non stupisce quindi che a Bruxelles siano preoccupati per quanto accade in un’Unione partita con forte  slancio nella nuova legislatura dopo le elezioni europee del 2019 e con le coraggiose decisioni del 2020 per far fronte alla pandemia da Covid, il “Piano per la ripresa” all’origine di una crescita economica che si annunciava promettente.

Purtroppo la guerra della Russia contro l’Ucraina ha mutato radicalmente il contesto politico internazionale nel quale stava prendendo forma una risposta europea globalmente compatta, grazie a un “tridente-guida” con il tradizionale motore franco-tedesco rafforzato da nuovo protagonismo europeo dell’Italia guidata da Mario Draghi.

Adesso, ad essere maggiormente esposta a turbolenze di ogni genere è – di nuovo – l’Italia. Lo è per la fragilità delle finanze pubbliche italiane, aggravate dall’inevitabile decisione i giorni scorsi della Banca centrale europea di aumentare i tassi di interesse, con aumento sostanziale dei costi per il bilancio italiano. A rischio sarà anche la coerenza della politica italiana con quella europea e atlantica in un momento delicato del conflitto in Ucraina e mentre si vanno ridisegnando gli equilibri politici mondiali.

Trascinata in questi probabili smottamenti italiani rischia di esserlo anche l’UE, per i suoi equilibri interni e per proseguire con politiche di solidarietà come quella che è all’origine del nostro “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR) la cui mancata corretta esecuzione confermerebbe i nostri partner nella loro radicata diffidenza nei confronti dell’allegra politica italiana.

Se la prospettiva del futuro esito elettorale di fine settembre fosse quello di indebolire la presenza dell’Italia nell’UE sarà inevitabile assistere a minore presenza dell’UE per l’Italia, con una ridotta disponibilità alla solidarietà, proprio nel momento in cui si rivedranno i criteri del “Patto di stabilità” e delle compatibilità finanziarie in quella zona euro dalla quale qualche apprendista stregone in Italia sarà di nuovo tentato di  uscire.

Non ci vorrà molto tempo per capire se potremo ancora considerarci nel cuore dell’Unione Europea o ai suoi margini, se non fuori. È bene che lo decidano gli elettori italiani prima che a farlo sia l’Unione Europea.

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