Se finisce la pacchia dell’Europa per l’Italia

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Una caratteristica della memoria è di essere corta. Molto corta. Forse è eccessivo pretendere che possa essere centenaria e ricordare in Italia quanto accadde nel 1922, ma almeno fino alla seconda metà del secolo scorso potremmo tentare di arrivarci. 

A cominciare da quegli anni ‘50 quando l’Italia doveva essere ricostruita sulle macerie di una guerra che l’aveva isolata politicamente e ritrovò faticosamente, insieme alla riconquistata democrazia a caro prezzo, un “posto nel mondo” grazie anche alla creazione delle prime Comunità europee, quella del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 e della Comunità economica europea (CEE) nel 1957. 

Senza troppo sbagliarci allora chiamavamo quest’ultima “mercato comune”, una realtà che ci consentiva di ampliare i confini dei nostri commerci e di accelerare in quel “miracolo economico” che avrebbe trasformato un’Italia da economia prevalentemente agricola a una delle principali potenze industriali dell’Occidente. 

La “pacchia” continuò, anche se con minori accelerazioni, man mano che l’integrazione europea progrediva e la Comunità europea diventava Unione, fino ai 27 Paesi membri di adesso, un mercato di quasi mezzo miliardo di abitanti, con redditi pro capite tra i più alti al mondo.

Tutto questo non capitava un secolo fa, magari fosse capitata allora! È una storia che è continuata sotto i nostri occhi e che ancora continua, anche se non sono pochi quelli che si chiedono fino a quando, visto che crescono le tensioni tra gli interessi nazionali sui quali soffia il vento del sovranismo populista, in Italia e non solo.

A chi la memoria ce l’avesse cortissima, si potrebbe ricordare che poco più di vent’anni fa ci venne in soccorso la moneta unica, a protezione anche di economie in difficoltà, in particolare quelle come la nostra zavorrate dal macigno del debito pubblico. Per venire incontro agli smemorati più gravi, basterebbe richiamare alla memoria la decisione straordinaria dell’UE di rendere disponibili nel 2020 circa mille miliardi di euro per far fronte ai disastri causati dalla pandemia, destinandone 1/5 all’Italia.

Va anche ricordato, a chi se ne fosse dimenticato, l’ombrello della Banca centrale europea che, quando vien giù più forte la pioggia degli squilibri della finanza pubblica nazionale, ha protetto finora i più deboli e quando non l’ha fatto – come con la Grecia una decina di anni fa – se ne sono viste le conseguenze, che non vogliamo nemmeno immaginare cosa sarebbero per l’Italia.

E adesso a qualcuno, che ambisce a guidare il futuro governo dell’Italia, scappa detto all’indirizzo dell’Unione Europea, che la “pacchia” è finita – sarebbe quella dell’UE a spese dell’Italia – viene subito da chiedersi per chi la “pacchia” potrebbe finire. 

Perché non bastano le recenti conversioni al “patto europeo” per convincere i nostri partner, e non solo i mercati, che l’Italia sarà in mani affidabili, cosciente dei propri limiti e fedele agli impegni presi con i Trattati europei, senza seguire le orme di un Viktor Orban qualunque che nel mondo conta poco, ma fa comodo alla Russia per cercare di frantumare l’Europa e arrivando vicino a riuscirci.

Il 25 settembre non voteremo solo per l’Italia, voteremo anche per l’Europa. Decideremo se continuare con la “pacchia” della protezione europea o se farci tentare da un’autarchia di altri tempi, quelli di non felice memoria della prima metà del secolo scorso, meritando per il nostro Paese quello che di sé scrisse Petrarca nel Canzoniere: “Solo et pensoso in più deserti campi / vo misurando a passi tardi e lenti…”.

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