Quella «notte dei diritti» che interroga l’Europa

Una macchia indelebile per la recente storia democratica italiana e dunque europea, «la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale» secondo Amnesty International: questo è stato il G8 di Genova del luglio 2001, quando una sciagurata gestione dell’ordine pubblico provocಠun vero e proprio disastro. Per le strade della città  , nella caserma di Bolzaneto, nella scuola Diaz si verificarono violazioni inaccettabili per un Paese civile e democratico, violenze ingiustificate e torture messe in atto da molti di coloro che dovevano semplicemente garantire l’ordine pubblico. Fatti su cui anche il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa e l’ONU avevano chiesto di far luce e che i recenti processi, seppur limitati nella definizione delle responsabilità  , hanno accertato.
In attesa di leggere le motivazioni della sentenza del processo per l’irruzione nelle scuola Diaz, infatti, restano le parole del giudice che l’ha pronunciata il 13 novembre scorso: «Si condanna quando la responsabilità   è accertata oltre ogni ragionevole dubbio e la nostra sentenza colpisce solo le persone su cui abbiamo ritenuto ci fossero conferme oggettive di responsabilità  ». Cioè una decina di poliziotti appartenenti al Settimo nucleo mobile di Roma, per lesioni aggravate, e un paio di altri funzionari di polizia per calunnia e falso ideologico. Va perಠsottolineato quanto denunciato dai pubblici ministeri in aula e cioè che ben 27 funzionari di polizia sui 29 chiamati a deporre si sono avvalsi della facoltà   di non rispondere: un diritto, certo, ma che di fatto ha ostacolato l’inchiesta e il processo e che, per questo, getta qualche ombra sulla coerenza e la serietà   di funzionari pubblici che hanno scelto di essere servitori dello Stato. Così come di quelli che, come evidenziato dal processo, hanno mentito o prodotto false prove. Pare poi francamente improbabile che solo una decina di poliziotti siano riusciti a massacrare in pochi minuti le 93 persone che dormivano nella scuola in quella notte tra il 21 e il 22 luglio di sette anni fa, mandandone 63 all’ospedale per gravi lesioni di cui tre in prognosi riservata. Ma soprattutto è difficile credere che abbiano agito di loro spontanea iniziativa, senza cioè eseguire ordini giunti da quei loro superiori che sono stati tutti assolti. Certo non è facile l’accertamento della verità   di fronte a tanti silenzi omertosi, tentativi di depistaggio delle prove (ad esempio, la falsa prova delle molotov introdotte nella scuola da funzionari di polizia è «misteriosamente» scomparsa durante l’inchiesta) e agenti senza codici identificativi o addirittura «incappucciati», come lasciato intendere dopo la sentenza dal (condannato) comandante del Settimo nucleo mobile di Roma all’epoca dei fatti.
Pochi mesi fa, nel luglio scorso, era giunta anche la sentenza di primo grado del processo per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto, con condanne a 15 pubblici funzionari della polizia e dell’amministrazione penitenziaria per i trattamenti riservati a decine di persone fermate durante le manifestazioni del 20 e del 21 luglio 2001. Il fatto che il tribunale di Genova abbia condannato i ministeri della Giustizia e degli Interni, responsabili civili, al risarcimento di gran parte delle vittime ha confermato che le violenze sono state commesse, non giudicabili come torture solo perchà© il Parlamento italiano incredibilmente non ha ancora trasposto nella legislazione nazionale la Convenzione dell’ONU contro la tortura (del 1984!).
Al di là   di condanne e assoluzioni e delle loro motivazioni, come osserva Amnesty International le due sentenze «confermano che qualcosa di grave accadde a Genova nel luglio di sette anni fa».
I giudici hanno infatti accertato un uso arbitrario della violenza fisica e morale da parte di esponenti delle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi o in stato di arresto. «La cosa è in sà© di enorme rilievo» osserva il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, perchà© la Costituzione italiana afferma che «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà  » e garantisce i diritti inviolabili della persone, mentre la Convenzione europea dei diritti umani, in attuazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di cui tra l’altro tra pochi giorni ricorre il 60° anniversario (10 dicembre 1948), stabilisce che «nessuno puಠessere sottoposto a tortura nà© a pene o trattamenti inumani o degradanti». Si tratta di «un principio di civiltà   che sta alla base dello Stato democratico di diritto, e sul cui rispetto devono vegliare tutte le autorità  , e veglia altresì la Corte dei diritti umani di Strasburgo, che è chiamata ad accertarne la violazione da parte delle autorità   dei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione» aggiunge Onida, che sottolinea: «Se i rappresentanti dello Stato fanno della forza, di cui dispongono, un uso illegittimo e dunque “privato”, viene minato alla base il “patto” sociale. La forza dell’autorità   diventa violenza privata, il diritto di cui lo Stato è espressione diventa arbitrio».
Il livello di gravità   e diffusione degli abusi commessi e accertati, inoltre, smonta totalmente la teoria delle cosiddette «schegge impazzite», cioè di pochi membri delle forze dell’ordine che avrebbero commesso tali atti criminali in modo autonomo e isolato, lasciando invece intuire l’esistenza di una strategia repressiva che i processi non hanno accertato ma la dinamica dei fatti ha evidenziato (e chi era a Genova in quei giorni ha chiaramente percepito). Eppure, nonostante l’incessante azione di denuncia della società   civile e il lavoro d’inchiesta della magistratura, tranne poche eccezioni la classe politica italiana ha sempre ignorato le reali dimensioni di quanto accaduto, evitando un doveroso accertamento della verità  . Anzi, tutelando i carnefici invece delle vittime, prolungando all’infinito la trasposizione della Convenzione ONU contro la tortura, riducendo i tempi di prescrizione per molti dei reati che riguardano i fatti di Genova ed evitando accuratamente di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta.
Per vari motivi è dunque l’Europa ad essere interrogata sulla ricerca di una verità   almeno storica di quei giorni, sulle responsabilità   oggettive a vari livelli di una simile sospensione del diritto avvenuta in un suo Stato membro, nel corso di un appuntamento internazionale e ai danni di migliaia di cittadini europei di varie nazionalità  . Anche solo per il fatto che, come annunciato dal presidente degli avvocati democratici, Giuliano Pisapia, «quando il percorso della giustizia italiana sarà   concluso vedremo se rivolgerci alla Corte europea». Oppure per quanto affermato dal Parlamento europeo nella sua Risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’UE del 2001, il quale deplorava «le sospensioni dei diritti fondamentali avvenute (à¢à¢â€š¬à‚¦) in occasione della riunione del G8 a Genova, come la libertà   di espressione, la libertà   di circolazione, il diritto alla difesa, il diritto all’integrità   fisica» e dichiarava il proprio impegno «ad accordare particolare attenzione al seguito delle indagini amministrative, giudiziarie e parlamentari avviate in Italia per accertare se in tale occasione si sia ricorsi a trattamenti o punizioni disumane o degradanti». O ancora perchà©, come ha scritto pochi giorni fa l’autorevole quotidiano tedesco «Sà ¼ddeutsche Zeitung», «gli eccessi delle forze di sicurezza non si sono verificati in qualche lontana dittatura, ma in Italia», cioè nel cuore dell’Europa dei diritti e delle libertà  . Quell’Unione europea la cui Carta dei diritti fondamentali, proclamata nel dicembre 2007 e a cui è stato conferito un effetto vincolante sul rispetto di tutti i principi in essa contenuti perchà© condivisi dagli Stati membri, proclama all’art. 1 che «la dignità   umana è inviolabile» e per questo «deve essere rispettata e tutelata», mentre all’art. 4 sancisce che «nessuno puಠessere sottoposto a tortura, nà© a pene o trattamenti inumani o degradanti».

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