E adesso un altro mondo possibile diventa obbligatorio

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Ci sono voluti anni di mobilitazioni, di Forum sociali ai quattro angoli del mondo, di marce per la pace e veglie di preghiera e altro ancora per attirare l’attenzione sulla deriva di questo mondo allo sbando e invocare un «altro mondo possibile». Tutto questo sotto lo sguardo commiserevole dei benpensanti quando non sotto le manganellate della polizia, come è accaduto da noi a Genova. A molti tutto questo agitarsi, supplicare, proporre sembrava tempo perso e di nessun interesse.
Poi è bastato il crollo di Wall Street da una parte e l’elezione per nulla scontata di un presidente di colore negli USA, insieme con il dilagare di una crisi economica di cui nessuno sa dire l’esito, per fare tornare di attualità   un nuovo mondo possibile, anzi per renderlo obbligatorio e con urgenza.
Non che prima del settembre scorso non vi fossero nel mondo consistenti segnali di gravi situazioni di crisi: se non bastavano i segnali in provenienza dall’Africa ormai considerata spacciata e con le sue risorse lasciate al migliore offerente tra Cina, India e Paesi del Golfo, altri messaggi arrivavano dall’America Latina tentata da ricorrente populismo e dalla Russia degli oligarchi. Nà© erano rassicuranti le notizie dall’Europa che coniugava allegramente rallentamento della crescita e inflazione, piegandosi sotto il peso del barile di petrolio venduto a peso d’oro da produttori e speculatori per poi crollare ai prezzi più bassi da tre anni a questa parte.
Adesso che tre «bolle» – quella finanziaria, quella economica e quella ecologica – sono esplose o stanno esplodendo in rapida successione e una quarta – quella sociale – ne sarà   l’inevitabile corollario, è venuto il momento per chi credeva in un «altro mondo possibile» di riprendere in mano gli attrezzi e tornare a farsi sentire per chiedere regole nuove in questo mondo globale. E farsi sentire senza perdere tempo, non lasciando che quella bandiera la prendano in mano personaggi, che non mancano nemmeno in Italia, fino a ieri neoliberisti forsennati e adesso prontamente convertiti all’etica nel mercato e alla sua doverosa regolazione.
Sapremo presto come l’Europa e il mondo reagiranno a questa sfida di fronte alla prospettiva, annunciata dal Bureau International du Travail (BIT), della probabile perdita nel mondo di ulteriori venti milioni di posti di lavoro (i disoccupati passerebbero così da 190 milioni a 210 milioni) e all’aggravamento della povertà   registrata, già   prima della crisi. Nel suo recente Rapporto, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che non è certo un covo di estremisti, constatava la crescita della povertà   tra i giovani adulti e nelle famiglie con figli, fino a riconoscere che nei Paesi ricchi del globo, un bambino su otto vive in condizioni di povertà  .
Le riunioni a geometria variabile dei Grandi – prima un improbabile G4, poi un insufficiente G8 e più recentemente un innovativo G20 – hanno finora stentato a trovare convergenze ed azioni comuni per rispondere a questa crisi già   antica e che oggi esplode in modo drammatico.
Qualcosa di analogo sembra nascondersi anche nelle dichiarazioni ufficialmente unanimi dell’Unione europea che dovrà   presto mostrare le sue carte quando a fine novembre presenterà   il suo piano anticrisi per deciderne poi l’adozione nel Consiglio europeo di metà   dicembre.
Non è escluso che i giorni che verranno ci inducano a temperare gli entusiasmi con i quali è stata accolta l’elezione di Barck Obama a presidente degli USA: plana un po’ ovunque un rischio di protezionismo con ciascuno preoccupato di difendere il «suo» mercato e tanto peggio per gli altri. Una cartina di tornasole sembra essere in Europa e negli USA la risposta in preparazione per la crisi dell’auto, un’industria tra le più obsolete e che più di altre concorre al degrado dell’ambiente.
A Bruxelles si pensa di vincolare un sostegno pubblico provvisorio alla crisi dell’auto con innovazioni che introducano tecnologie attente alle esigenze ambientali, ormai indispensabili per salvaguardare il futuro del pianeta. Ma non sarà   facile ottenere che i Paesi membri investano in modo coordinato l’1% del PIL su settori strategici per il futuro e sulle infrastrutture, aggiungendo queste risorse a quelle rese disponili dal bilancio UE e all’aumento significativo dei finanziamenti della Banca europea per gli investimenti (BEI) alle industrie che scommetteranno su riduzione di CO2, sicurezza energetica e infrastrutture. Per consentire che tutto questo possa avvenire, l’UE potrà   mostrarsi più flessibile quanto al rispetto del Patto di stabilità  , sanzionando solo gli eccessi particolarmente costosi per quei Paesi, come l’Italia, che hanno un alto livello di debito pubblico.
Quello che perಠancora non si osa dire alle nostre società   opulente e ubriache di consumi è che abbiamo inevitabilmente davanti a noi è una nuova stagione di sobrietà   e di ritrovata equità   che già   disegna i contorni di quell’”altro mondo possibile” invocato da pochi e che adesso in molti sono obbligati a condividere.
Ancora una volta la prova, forse, che non sempre tutti i mali vengono per nuocere.

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