Quale contratto dell’Italia con l’Europa?

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Dopo ripensamenti e riscritture è finalmente arrivata la versione definitiva del “contratto” sottoscritto da Movimento Cinque stelle e Lega in vista della formazione di un governo per l’Italia, dopo due mesi dalle elezioni del 4 marzo.

Sottoposto nel corso del week end a fragili “consultazioni popolare”, è stato immediatamente oggetto di numerosi commenti, in Italia e all’estero, in attesa di riscontri politici e istituzionali che non mancheranno. Complessivamente le valutazioni formulate a caldo oscillano prevalentemente tra il perplesso e il negativo, anche a causa di un linguaggio non lontano dal politichese di maniera, con un supplemento di vaghezza che non aiuta la trasparenza.

E’ un’impressione confermata anche dai capitoli relativi alla politica internazionale e a quello sull’Unione Europea, penultimo dei 29 titoli del contratto, anche se qualche anticipazione sul tema la si può trovare anche in capitoli precedenti, come quello su “Agricoltura e Pesca”.

Cominciamo con un’osservazione preliminare. Nel corso della faticosa redazione del “contratto” molti riferimenti sono stati fatti all’accordo di governo sottoscritto dalla “Grande coalizione” tedesca, nonostante alcune evidenti differenze, tanto nel merito che nel metodo. Nel merito, l’accordo tedesco colloca l’Europa in apertura, considerandola l’orizzonte verso cui muovere; nel “contratto” italiano, il tema finisce al fondo della lista grazie anche alla furbata di un elenco dei capitoli in ordine alfabetico. Quanto al metodo, andrebbe ricordato che la trattativa in Germania è stata condotta con la partecipazione attiva della Cancelliera “in pectore” che aveva vinto le elezioni, mentre nel caso italiano il candidato alla Presidenza del Consiglio, è rimasto misterioso fino all’ultimo, destinatario a sua insaputa di un “cahier des charges” – una sorta di capitolato – affidato non si sa se a un maggiordomo o a un “esecutore testamentario”. E, sempre per il metodo, la validazione dell’accordo in Germania è avvenuta dopo che il testo era stato messo a disposizione, con dieci giorni di anticipo, degli affiliati del partito socialdemocratico chiamati ad esprimersi, con la partecipazione, rigorosamente registrata, di 463 mila votanti.

Per capire meglio il capitolo del “contratto” relativo all’Unione Europea è di aiuto la traduzione semplificata della relativa scheda, con la quale la Lega chiede se si è d’accordo sulla “Ridiscussione di tutti i trattati europei e affermazione del principio di sovranità nazionale”. Interrogativo interessante, se solo riuscissimo a capire cosa significhi ridiscutere, quali siano i Trattati cui si riferisce, con quali alleanze in Europa – tenuto conto che ogni decisione in merito può essere adottata solo all’unanimità contraenti – con quali tempi e con quale coerenza rispetto all’art. 11 della nostra Costituzione che, senza aspettare Macron, disegnava una sovranità condivisa oltre il livello nazionale che fonda, tra l’altro, una prevalenza del diritto europeo su quello nazionale.

Ci sono anche buone intenzioni e qualche giusta rivendicazione tra quelle espresse nel “contratto”, in particolare sul rafforzamento della democrazia in Europa (anche se magari Salvini dovrebbe anche andarlo a dire ai suoi amici Putin e Orban, in Ungheria). Suscita invece non poche perplessità che si voglia tornare all’Unione di oltre trent’anni fa, quella prima del Trattato di Maaastricht, come se nulla o quasi fosse cambiato in tutto questo tempo e la pace in Europa non fosse molto più in pericolo di allora. Suona di nuovo la sirena sulla rinazionalizzazione di politiche faticosamente diventate, o quasi, europee. Per convincersene basta leggere il cap. 3 sull’agricoltura, magari con un occhio anche al dibattito sul bilancio europeo. Senza nulla aggiungere a quanto detto e ripetuto da più parti sull’insofferenza verso i vincoli alla finanza pubblica, tenuto conto di un debito che cresce e della prospettiva di una spesa pubblica largamente in deficit.

Sarà pure un “contratto” con gli italiani, almeno con quelli che ci vogliono credere, ma non è sicuro che si tratti di un contratto che l’Europa possa sottoscrivere.

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