Prendere sul serio il Parlamento Europeo

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Quando venne creato con le prime Comunità   Europee all’inizio degli anni Cinquanta, l’attuale Parlamento Europeo portava il nome più dimesso di Assemblea e per molti anni non fu molto di più di un rispettabile luogo di scambio di opinioni e di pareri non vincolanti per la definizione delle politiche comunitarie. La svolta avvenne trent’anni fa, nel 1979, quando per la prima volta i membri del Parlamento Europeo – questo finalmente il suo nome – vennero eletti a suffragio universale diretto, abbandonando una procedura di designazione indiretta ad opera dei Parlamenti nazionali.
Fu quello un passaggio importante: il Parlamento Europeo acquistava una più forte legittimità   democratica di cui divenne il massimo detentore in un quadro istituzionale in cui gli altri soggetti venivano e vengono composti e designati per il tramite dei governi nazionali.
Ci sarebbe tuttavia voluto del tempo perchà© a questa svolta istituzionale seguisse un accrescimento dei poteri del Parlamento Europeo e perchè tali poteri fossero equivalenti a quelli delle analoghe Assemblee nazionali. Sarà   solo con il Trattato di Maastricht del 1992, e successivamente con quello di Amsterdam del 1997, che i poteri del Parlamento Europeo saranno significativamente rafforzati. Non si registrano grandi progressi in materia – per la verità   per quasi tutto – con il Trattato di Nizza del 2000, che in proposito interviene per ridefinire la distribuzione dei seggi nella prospettiva degli allargamenti 2004 – 2007.
Sensibile invece l’accrescimento dei poteri del Parlamento Europeo con il nuovo Trattato di Lisbona, quello in attesa di ratifica dopo il no del referendum irlandese e le resistenze alla firma da parte del presidente ceco: due resistenze che dovrebbero venire meno nel secondo semestre dell’anno in corso consentendo l’entrata in vigore del Trattato all’inizio del 2010.
Si profila così una nuova legislatura 2009 – 2014, quella che sarà   avviata con le elezioni del 6 e 7 giugno prossimo, con importanti novità   che riguardano sia la nuova composizione del Parlamento, con una riduzione dei seggi rispetto al passato, ma soprattutto con maggiori responsabilità   quali discendono dal suo ruolo di co-legislatore insieme con il Consiglio dei ministri. Per semplificare, l’Unione Europea si avvia ad un quadro istituzionale dove l’attività   legislativa è condivisa tra i rappresentanti dei governi nazionali, il Consiglio dei ministri appunto e gli eletti direttamente dai popoli europei che siedono nel Parlamento.
Si tratta di una configurazione istituzionale «sui generis» che traduce la spinta e controspinta che è nella natura dell’Unione Europea: da una parte la promozione degli interessi europei da parte del Parlamento (affiancato in questa missione dalla Commissione Europea e dalla Corte di Giustizia) e, dall’altra, la difesa degli interessi nazionali rappresentata dai governi dei Paesi membri.
Questa configurazione istituzionale europea ha caratteristiche peculiari, non confondibili con quelle nazionali, dove in Parlamento siedono e si affrontano una maggioranza che sostiene il governo e una minoranza che esercita il ruolo di opposizione. Non così nel Parlamento Europeo dove non di rado si realizzano consensi trasversali tra le diverse forze politiche, a prescindere dalla vicinanza o meno al governo del proprio Paese e non è un caso che a Strasburgo i parlamentari siedano nell’emiciclo non per raggruppamenti nazionali ma raccolti nei partiti politici europei cui aderiscono i partiti nazionali.
La traiettoria percorsa in questi primi cinquant’anni e poco più di vita del Parlamento ne fanno oggi un’istituzione decisiva per la vita democratica dell’Unione e sarebbe un grave errore sottovalutarne l’importanza, in particolare in una congiuntura economica e politica quale stiamo vivendo.
La condivisione con il Consiglio dei ministri del potere legislativo attraverso la procedura di codecisione che si applica a tutte le materie di competenza comunitaria, il rilevante potere in materia di bilancio la cui adozione spetta al presidente del Parlamento europeo e il potere di controllo politico sulle attività   delle Istituzioni europee inducono a prendere sul serio il suo ruolo e, di conseguenza, il voto con il quale siamo chiamati a concorrere alla formazione del Parlamento.
In una stagione come la nostra di precaria salute della vita democratica, sicuramente nel nostro Paese ma anche in altri Stati europei, sarebbe particolarmente irresponsabile chiamarsi fuori da questo esercizio di democrazia che influirà  , nel bene e nel male, sui prossimi cinque anni di vita dell’Unione Europea e quindi su cinque anni della nostra vita quotidiana, tenuto conto di quanto ampia sarà   la ricaduta delle normative europee nella nostra legislazione nazionale.
Tralasciando le «candidature truffa» di quanti, come Silvio Berlusconi e complici, si presentano come collettori di voti senza alcuna intenzione/possibilità   di onorare il mandato ricevuto per incompatibilità   con le funzioni che, più o meno degnamente, esercitano in Italia, restano le perplessità   sulla scelta dei candidati operata dalle segreterie dei partiti e sulle rappresentanze territoriali, particolarmente deboli in alcuni territori.
In parte ne sono causa le dimensioni sproporzionate degli attuali collegi elettorali che ad esempio raggruppano realtà   molto diverse come Piemonte, Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta, ma in parte anche più grande ne è causa la debolezza della nostra democrazia partecipativa e l’inadeguatezza dell’informazione sui temi complessi dell’Europa.
Basta in proposito registrare la quasi totale assenza dei temi europei dalla campagna elettorale in corso per misurare il rischio di un crescente astensionismo alle elezioni europee e non solo. Sono anche questi gli effetti perversi dell’ondata di anti-politica che si è riversata sul nostro Paese e che ha travolto anche molti focolai di partecipazione che ancora resistevano.
Sono questi tutti fattori di rischio per la democrazia europea e per quella italiana in particolare, quotidianamente violentata da un potere accentratore che, con la legalità   nazionale e internazionale, calpesta anche il ruolo del Parlamento, ridotto a servo sottomesso ad un potere esecutivo ormai senza ritegno nell’uso del voto di fiducia.
Fortunatamente queste violenze alla legalità   non sono così facilmente praticabili al Parlamento Europeo, che resta ancora – malgrado le sue debolezze legislative – un presidio prezioso di democrazia transnazionale.
Rafforzarne la legittimità  , e quindi i poteri, con il voto è un dovere etico, prima ancora che politico: chi fosse tentato di sottrarvisi, farebbe bene a riflettere alle conseguenze che potrebbero derivarne.

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