“Perché l’Europa arranca nella bufera che sconvolge gli equilibri mondiali post-bellici”, di Adriana Cerretelli

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Condividiamo con voi il l’articolata riflessione con cui Adriana Cerretelli ha introdotto l’incontro di giovedì scorso dal titolo “Europa crocevia in un Mondo in rivoluzione” dello scorso giovedì 8 aprile.

Qui potete trovare il video integrale dell’incontro.


Quando si parla di Europa si tende a guardarla nella sua proiezione interna, a volte rassicurante come quando vara il Recovery Plan, una pioggia di prestiti agevolati e aiuti a fondo perduto per riformare e rilanciare le nostre economie. A volte sconfortante quando lo sguardo va alla sua proiezione esterna.

Alla sua dimensione geopolitica che non c’è. Anche se la nuova Commissione Ue guidata dalla tedesca Ursula Van Der Leyen ha messo per la prima volta l’Europa geopolitica tra le priorità del suo mandato. Ed è di questa dimensione che parleremo stasera.

Quando il mondo era diviso in blocchi, all’epoca della guerra fredda, l’Europa aveva scelto di appartenere a quello occidentale: adesione alla Nato, difesa garantita dallo scudo americano con l’art.5, legami stretti, anche se ogni tanto sussultori, con gli Stati Uniti, detentori di fatto delle sue deleghe geopolitiche.

Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 da una parte e dall’altra con l’ingresso della Cina nel Wto nel 2001 e infine con lo shock del quadriennio di presidenza Trump che per la prima volta non ha più dato per scontata l’alleanza Usa-Ue, tutti i vecchi schemi sono saltati, l’ordine del dopoguerra ha cominciato a scricchiolare sempre di più e l’Europa si è vista costretta a cambiare marcia. Dandosi una statura anche politica, accanto a quella economica e commerciale, una vera e non solo proclamata politica estera e di difesa, puntando a un’autonomia strategica per costruire una vera sovranità europea.

Impresa ciclopica e tutta di là dall’essere realizzata e forse realizzabile. Anche perché va costruita forse nel momento peggiore, con il mondo circostante in subbuglio, nuove guerre fredde in arrivo e scontri tra potenze globali di inaudita violenza.

Non c’è pace né stabilità ai confini dell’Europa.

Proprio in questi giorni è tornato lo spettro della guerra nel Donbass, di un nuovo conflitto tra la Russia di Putin e l’Ucraina. Anche se la cauta ripresa dei colloqui tra l’America di Biden e l’Iran degli Ayatollah può far sperare in una schiarita nelle tensioni sul nucleare ma non solo, lo scacchiere del Medio Oriente resta eternamente in ebollizione.  

Fallite le primavere arabe, sono i signori delle guerre, dittatori piccoli e medi a dettare il gioco delle influenze regionali, direttamente o per procura. Dalla Siria all’Irak passando per il Libano e finendo con Egitto e Libia con l’ingresso sulla scena delle monarchie del Golfo, della Turchia di Erdogan e della Russia di Putin alla ricerca del consolidamento di posizioni nel Mediterraneo.

Guerre, crisi economiche alle porte di casa significano rifugiati e flussi migratori a intermittenza dal Medio Oriente.

Però è dall’Africa che parte la sfida maggiore all’Europa per una questione strutturale. Oggi pur essendo due volte e mezzo più piccola del continente africano, l’Europa ha un ruolo maggiore sulla scena globale e vanta un reddito medio 13 volte superiore. Le proiezioni dicono però che tra 30 anni l’Africa non solo sarà più ricca e istruita ma sarà 6 volte più popolosa dell’Europa demograficamente in declino.

Sono dati che dicono tutta l’urgenza di elaborare una politica africana coerente improntata allo sviluppo economico in loco e al tempo stesso alla valorizzazione di sinergie e complementarietà tra i due continenti. Insieme a una politica migratoria lungimirante.

Da anni la Cina è diventata il grande deus ex-machina della ricostruzione africana soppiantando l’Europa, nonostante le decine di migliaia di milioni di aiuti allo sviluppo pompati negli scorsi decenni nel continente. Con il Covid e le incertezze circa la capacità dei paesi di far fronte alle scadenze sui debiti contratti, Pechino ha deciso di tagliare del 30% la propria esposizione verso l’Africa. Questo potrebbe favorire il ritorno dell’Ue, che comunque nel nuovo bilancio pluriennale 2021-27 ha destinato quasi 23 miliardi tra sostegni alle economie locali e gestione dei flussi migratori.

Pur essendo esposta a tutti i venti e le tempeste, anche terroristiche, che provengono dai paesi e dalle regioni che la circondano, l’Europa non è riuscita finora a governare le crisi che l’assediano ai confini. Anzi negli ultimi anni è letteralmente sparita dalla scena dopo la disastrosa operazione in Libia e l’irrilevanza sugli altri teatri di conflitto.

Il suo vuoto ha aperto autostrade alla Russia e alla Cina, complice anche le distrazioni degli Usa risucchiati dal Pacifico.

E ha permesso alla Turchia di Erdogan, membro della Nato, di fare il bello e il cattivo tempo nel Mediterraneo e oltre: sia perché l’Europa dopo la crisi siriana nel 2016 le ha dato 6 miliardi di euro per bloccare i propri flussi migratori dal Mediterraneo orientale sia perché il Sultano si è lanciato in una politica di espansione regionale mestando nei torbidi di Siria, Irak e Libia, ha forzato sulle esplorazioni petrolifere nelle acque di Grecia e Cipro violando le rispettive sovranità nazionali  e ha intrapreso la campagna bellica in Nagorno-Karabakh contro gli armeni.

Senza contare l’acquisto dei missili SS400 russi, la sistematica violazione dei diritti umani, libertà di parola e di stampa compresi, gli atteggiamenti sprezzanti verso l’Ue, ultimo l’incidente Van Der Leye. Fino alla recente uscita dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, nonostante 300 femminicidi nel 2020 e 78 già quest’anno.

Complice una profonda crisi economica, la popolarità in calo e l’atteggiamento meno tollerante dell’America di Biden, ora Erdogan cerca di rappacificarsi con l’Europa, la quale si mostra disponibile (ha bisogno di rinnovare l’accordo in scadenza sui migranti) ma insiste sul rispetto dei diritti umani. Con quale credibilità e forza contrattuale sarà tutto da vedere.

Ma veniamo ora al grande gioco globale, che comunque scarica come si è visto pesanti tensioni sullo scenario regionale a ridosso dell’Europa.

Il cambio della guardia alla Casa Bianca, che l’Europa aveva auspicato e atteso con ansia come la fine dell’incubo Trump e il ritorno alle vecchie relazioni transatlantiche, si dimostra in realtà più complesso e problematico del previsto. Europeismo e atlantismo di Biden non sono in discussione, lo è invece il loro inquadramento in una dottrina globale che pretende molto dall’Europa, più di quello che pare disposta a dare.

Biden in sostanza le chiede un impegno militante in termini di alleanza tra democrazie, da schierare contro i modelli autocratici, sostanzialmente Cina e Russia, per ragioni etiche come il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali, oltre che di potenza e tutela della sicurezza strategica.

Una grande alleanza che comprenda anche il Quad, cioè Giappone, India, Australia sempre in funzione di deterrenza. Consapevole delle insidie cinesi alla leadership globale americana, economica, tecnologica, militare e spaziale, il presidente ritiene di poterle battere grazie alla mobilitazione generale del mondo “libero”. Ma se il consenso del Quad sembra acquisito, quello europeo tentenna e non poco.

Di fatto l’Europa non solo è spaccata al proprio interno ma il suo paese leader, la Germania, si vuole neutrale nello scontro in nome del diritto alla costituenda sovranità europea, all’autonomia economica se non strategica (in quanto oggi non esiste, è solo una confusa aspirazione neanche a 27).

Dietro le esitazioni europee, i legami economici sempre più stretti con la Cina. Nell’anno del Covid, il 2020, la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti diventando il primo partner commerciale dell’Unione. La Mercedes, per esempio, ha venduto in Cina il triplo delle auto esportate negli Stati Uniti.

Proprio per tentare di limitare i condizionamenti americani in senso opposto, a fine dell’anno scorso l’Europa dopo 12 anni di sterili negoziati, ha chiuso in tutta fretta un accordo generale sugli investimenti con Pechino, nemmeno un mese prima dell’insediamento dell’Amministrazione Biden. Suscitandone immediate reazioni irritate.

Ma c’è un altro grosso ostacolo sulla strada del recupero di un rapporto costruttivo e convergente con gli Stati Uniti e si chiama Russia. Anche su questo fronte l’Europa intende affermare l’autonomia di alcune scelte strategiche. E’ il caso della costruzione ormai quasi ultimata del Nord Stream2, il gasdotto che porterà il gas dalla Russia direttamente in Germania evitando il transito in Ucraina.

A vedere nell’accordo russo-tedesco un eccesso di dipendenza energetica Ue non ci sono solo gli Stati Uniti ma anche una parte dell’Unione, la stessa Commissione Ue e tutto il fronte compatto dei paesi dell’Est. Ma su questo punto e nonostante le sanzioni imposte dagli Usa, la Germania di Angela Merkel non sembra disposta a scendere a più miti consigli. Nemmeno l’avvelenamento di Navalny, l’oppositore di Putin incarcerato e malato, le ha fatto cambiare idea.

Del resto, gli stessi rapporti europei  con la Cina o con la Turchia continuano spudoratamente a ignorare il genocidio degli uiguri, la repressione a Hong Kong, le minacce sempre più aperte all’indipendenza di Taiwan o, nel caso di Ankara, la repressione di tutti i diritti civili, quasi 3.000 ergastoli per il colpo di Stato del 2016, il carcere per i partiti curdi di opposizione che potrebbero presto essere banditi.

In definitiva, nell’occhio di un ciclone mondiale, risucchiata nei sussulti di assestamento e di riallineamento di influenza e potenza che investono oggi tutti gli scacchieri internazionali, l’Europa tenta di vivacchiare senza cambiare, perché non ne ha la forza né la coesione interna né la volontà politica.

Il suo obiettivo inconfessato è quello di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Vuole un forte legame transatlantico che la garantisca sul lato della sicurezza, della difesa e delle cyber-minacce ma vuole anche più presenza geo-politica sui teatri di crisi senza spendere troppo nell’eurodifesa e pretende mano sempre libera nei rapporti economico-commerciali con i colossi vicini e lontani, con Russia e Cina.

Se si fosse conquistata una credibile autonomia strategica e i mezzi per esercitarla, la sua sarebbe una posizione oltre che legittima anche sostenibile. Non è così. La garanzia dello scudo americano resta fondamentale e imprescindibile per la sua sicurezza. E in nome di vantaggi economici, veri o presunti, è disposta a tutto, anche a chiudere gli occhi sulla difesa dei suoi valori etici e identitari

Se non cambierà e al più presto, l’Europa resterà esposta a tutti i ricatti, crisi e pressioni altrui. E avrà poco da lamentarsi, se non con sé stessa. Le sue non scelte ne faranno la vittima designata di quelle altrui.

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