Ogni giorno, una pagina di sangue

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È sempre più difficile affrontare ogni giorno le notizie che ci giungono via media dall’Africa e dal Medio Oriente. Ogni giorno un’insostenibile raffica di guerre, violenze, terrore che scuotono inutilmente la nostra incredulità, che superano limiti che pensavamo irraggiungibili, che ci interrogano sulle ragioni e su come affrontare una sfida così incomprensibile.

Siria, Iraq, Yemen, Libia, Palestina, Nigeria, Kenya, Sudan, Somalia… È una lunga lista di Paesi in guerra, attraversati da un terrorismo cieco che ha come progetto quello di modificare la geografia fisica, umana e religiosa di quelle Terre, già fortemente segnate, nel bene e nel male, dalla Storia recente e lontana. E col passare del tempo, si ha sempre più l’impressione che si stia assistendo alla tessitura della trama di un unico, inquietante e indefinibile progetto.

Bastano le notizie di questi ultimi giorni per dare un quadro di questa situazione drammatica: il massacro all’Università di Garissa in Kenya e l’assedio in corso nel campo profughi palestinese di Yarmuk, alle porte di Damasco. Due situazioni emblematiche della complessità di una situazione che dal Medio Oriente penetra fino nel cuore dell’Africa. All’Università di Garissia, nel Nord Est del Kenya e a 150 Km dal confine con la Somalia, il 2 aprile scorso 148 studenti sono stati barbaramente uccisi da un commando somalo di Al Shabaab. Una vera e propria carneficina in cui a pagare il prezzo più alto sono stati gli studenti cristiani. Sono ormai alcuni anni e in particolare dall’ottobre 2011 che gli islamisti somali di Al Shebaab, legati ad Al Qaeda, moltiplicano i loro attentati sul territorio del Kenya. Una delle ragioni invocate è la lotta contro i militari kenyoti inviati a combattere proprio il gruppo di Al Shebaab in Somalia ed è contro di loro che sono stati perpetrati, finora, le azioni più sanguinose. Basti ricordare al riguardo l’attacco, nel 2013, in un centro commerciale di Nairobi che ha provocato la morte di 67 persone, nonché gli attacchi a chiese, scuole e località turistiche, causando più di 200 morti solo nel 2014. Ma gli Al Shabaab (in arabo “i giovani”) hanno anche un altro obiettivo ed è quello di instaurare in Somalia la Sharia, la legge islamica applicata nella sua versione più rigida, quella wahabita. La possibilità evocata inoltre da diverse analisi che Al Shabaab avrebbe legami con altri gruppi jihadisti attivi in Africa, come Boko Haram in Nigeria, Al Qaeda nel Maghreb e Daesh, il sedicente Stato islamico (IS), getta un’ulteriore ed inquietante luce sull’espansione di quella tela che sembra avvolgere tutta la regione.

L’assedio in corso a Yarmuk, il campo profughi palestinese alle porte di Damasco, è l’ultimo agghiacciante episodio della guerra in Siria. Il campo, a cinque kilometri da Damasco, obiettivo dei jihadisti, è diventato teatro di scontro fra Daesh (IS) e, in una ritrovata unità, i palestinesi sia di Hamas che del Fronte di liberazione della Palestina, (FLP). Un attacco che ha già portato Daesh ad occupare più dell’80% del campo profughi, in cui sono intrappolati, in una situazione umanitaria disastrosa, migliaia di civili e soprattutto tanti bambini. E mentre nel campo la guerra dei palestinesi contro Daesh continua in una infinita litania di distruzione, orrore e sofferenze, l’attenzione vola inevitabilmente sul più antico e irrisolto conflitto in Medio Oriente, quello israelo – palestinese, appunto. Al di là della sua storia e della mancanza di prospettive di pace, l’assedio e la conquista del campo di Yarmuk, aggiunge, se ancora fosse necessario, un’ulteriore prova dell’illimitata violenza politica di Daesh nel perseguire il suo frenetico progetto, che appare giorno dopo giorno sempre più terrificante.