Molti fantasmi in Europa

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Molti fantasmi s’aggirano in questo inizio d’autunno in Europa, al punto da suggerire ad alcuni che di «autunno dell’Europa» si potrebbe trattare.
Le nuvole si andavano addensando da tempo, testimone il dibattito di inizio settembre, promosso da Il Sole 24 ore, sul declino dell’Europa con un primo titolo senza ambiguità  : «Vecchia Europa il tuo tempo è finito». Autore del messaggio Charles Kupchan, un americano un tempo ammiratore dell’Europa al punto da pubblicare, qualche anno fa, un libro dal titolo ben diverso: “L’Europa salverà   l’America». Da allora molte cose sono cambiate, in America con Barak Obama e in Europa con una crisi che ha messo in ginocchio, insieme a milioni di persone, anche la politica europea.
Del dibattito seguito a quel messaggio da oltre Atlantico, tre sono stati i nodi: l’incapacità   dell’UE a dare una risposta comune alla crisi economica e finanziaria, la risorgenza dei nazionalismi e l’irrilevanza europea nel governo del mondo.
Tre fantasmi che hanno aleggiato anche sul Consiglio Europeo svoltosi a Bruxelles il 16 settembre scorso: il primo, la crisi, oscurato dal tema delle espulsioni francesi dei rom – cioè uno dei volti dei nazionalismi risorgenti, ma anche delle paure indotte dalla crisi – mentre rimaneva sullo sfondo la vicenda non proprio esaltante delle prime nomine della diplomazia europea nel mondo.
Sul tema della crisi è presto detto: poco si è deciso e nulla ancora sulle sanzioni chieste dalla Germania per le infrazioni al Patto di stabilità   che vede l’Italia, e il suo enorme debito pubblico, nel mirino. Intanto si avvicina la data del 20 novembre quando si riunirà   il G20 alla ricerca di regole comuni per la finanza internazionale che non sembra aver fatto tesoro della lezione di questi ultimi anni. L’unico «tesoro» restando, per ora, quello di molti banchieri con i loro bonus indecenti.
La vicenda della neonata diplomazia europea meriterebbe molti commenti per il ritardo del suo avvio, ma più ancora per la distribuzione dei primi incarichi. Qui ne ha fatto le spese, tra i Paesi più grandi, soprattutto l’Italia, segnata da un sempre più basso tasso di credibilità   internazionale, certo non migliorato dall’incredibile «incidente» nel Mediterraneo – ex mare nostrum – della vedetta libica, con i nostri militari sottocoperta mentre veniva mitragliato un peschereccio italiano. Più incredibili, e orribili, ancora i commenti circolati tra i nostri politici: «avranno sparato perchà© pensavano di avere a che fare con migranti clandestini». Parole che si commentano da sà©.
Così, mentre la Germania si assicura la sede diplomatica di Pechino, l’Austria quella di Tokyo, il Portogallo Washington, l’Italia ha «conquistato» Uganda e Albania. A commento basti il titolo sarcastico de Il Foglio del 16 settembre scorso: «Abbiamo ripreso Tirana» e il sottotitolo: «L’UE ci esclude da tutte le sedi diplomatiche che contano».
A farla da padrone perಠal Consiglio Europeo Bruxelles è stato lo scontro tra la Francia – con l’Italia a dare man forte, si fa per dire – e le istituzioni europee, ancora «fantasmi» anche loro fino a qualche giorno fa, sul tema scottante delle espulsioni collettive dei rom.
Qui la vicenda è complessa e merita qualche parola in più. Cominciando col dire che nell’UE i cittadini comunitari godono del diritto di libera circolazione nei 27 Paesi e possono essere allontanati, con misure individuali, solo se sono una minaccia per la sicurezza e la salute. Fin dall’estate la Francia aveva proceduto a espulsioni collettive, con l’aggravante di una specificità   etnica, quella dei rom, peraltro in grande misura, in Francia come in Italia, cittadini comunitari.
Si fecero sentire allora le voci critiche dei movimenti per i diritti e le chiese, mentre molto più blanda si levಠla voce del «fantasma» Commissione Europea.
Il cambiamento di tono delle istituzioni europee l’ha impresso il Parlamento Europeo il 9 settembre scorso con una risoluzione molto severa di condanna del governo francese, votata da una larga e insolita maggioranza trasversale di socialisti, verdi, liberali e sinistra con 337 voti contro i 245, in particolare del Partito Popolare Europeo (PPE) cui aderiscono, in Francia, il partito del presidente Nicolas Sarkozy e in Italia quello del presidente del Consiglio. Spinta a forza, dal Parlamento, la Commissione Europea ha annunciato il 14 settembre l’apertura di una procedura di infrazione al diritto UE e ai principi della Carta europea dei diritti. L’annuncio è stato accompagnato da toni giudicati eccessivi da parte della commissaria competente (Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza) con il risultato di fare saltare i nervi al presidente francese, al quale è subito venuto in soccorso il presidente del Consiglio italiano con argomenti piuttosto fragili quali la necessità   di zittire i responsabili europei e di trattare questi argomenti nelle segrete stanze della diplomazia. Argomenti che non sorprendono noi italiani, abituati al fastidio che sembra dare la trasparenza della democrazia e il necessario equilibrio tra i poteri dello Stato e delle istituzioni europee.
Della Commissione Europea, premuta dal Parlamento, va apprezzato il risveglio da un sonno che durava da troppo tempo, con un intervento corretto nella sostanza anche se forse eccessivo nel tono e nei riferimenti a pagine della storia che i francesi si sono lasciati alle spalle.
Del presidente francese va rilevata una crescente e pericolosa tendenza populista che fa perno sul noto orgoglio nazionale della Francia – da leggersi anche in vista delle prossime difficili elezioni presidenziali – che non le ha tuttavia impedito in tempi ancora recenti di assumere iniziative importanti per il futuro dell’UE.
Al governo italiano verrebbe da chiedere quali sia la sua strategia nelle alleanze europee, dopo il giro di valzer prima con la Gran Bretagna poi con la Germania – entrambe fredde con Sarkozy – , quali siano le sue politiche in favore dell’integrazione degli immigrati e quale la sua pedagogia per educare gli italiani a vivere in una società   multiculturale, quale è ormai irreversibilmente la nostra.
Perchà© se la sicurezza di tutti è un diritto primario, lo è anche – da parte di tutti, dai rom fino a Sarkozy – il rispetto di regole condivise e consegnate con chiarezza nel diritto comunitario.

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