Modello sociale europeo

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C’era una volta il modello sociale europeo, quello che avrebbe dovuto garantire a tutti livelli minimi di sicurezza sociale, di assistenza in caso di malattia e contrastare le povertà  .
Era nato in Gran Bretagna nel corso della rivoluzione industriale attorno alla metà   del 1800 con la creazione di servizi assistenziali e le prime assicurazioni sociali per i lavoratori, all’inizio volontarie e poi divenute obbligatorie. Sarà   poi la Germania di Bismark, verso fine del 1800, a organizzare in modo più strutturato il settore dell’assicurazione sociale, fondando il primo sistema pensionistico ancorato alla vita lavorativa.
àˆ perಠnel corso della seconda guerra mondiale, nel 1942, che appaiono in Inghilterra ad opera di Beveridge i concetti di sanità   pubblica e di pensione sociale. Nel 1948, sarà   la Svezia a introdurre il diritto a una pensione sociale per tutti, completando così una traiettoria che andava dai primi diritti civili ai diritti politici per approdare ai diritti sociali.
Caratteristica di questa traiettoria la dimensione universale dei diritti, garantiti a tutti e a carico dello Stato: quello che con locuzione inglese prese il nome di «Welfare State», lo «Stato del benessere».
Si trattಠdi un’evoluzione che coincise da una parte con un’accresciuta coscienza di solidarietà  , ma anche con una crescita economica in grado di alimentare una spesa pubblica cresciuta anch’essa nel tempo.
Oggi la spesa pubblica nell’UE, dopo una leggera riduzione tra il 2003 e il 2007 e un contenuto aumento fino al 2009, è tornata a scendere nel 2010, sotto i colpi della crisi, assestandosi attorno a metà   del Prodotto interno lordo (PIL). Poco più metà   di questa spesa pubblica europea è assorbita dalla protezione sociale, alla quale è destinato mediamente nell’UE il 26,4% del PIL. Contrariamente a quanto spesso si racconta, l’Italia rispetta questi parametri, ma presenta significative anomalie nella distribuzione interna della sua spesa sociale, registrando un picco fuori misura per la spesa pensionistica: rispetto ad una media UE del 45,5% sul totale delle prestazioni sociali, l’Italia destina alla spesa pensionistica il 60,7%, il tasso di gran lunga più alto nell’UE, se si pensa che Gran Bretagna, Germania e Francia vi destinano rispettivamente 39,7%, 43% e 45,8%.
Questa distribuzione comporta una duplice conseguenza. Da una parte, la spesa pensionistica assorbe in Italia il 16,1% del PIL, contro il 9% della Gran Bretagna, l’11,5% della Germania e il 13,4% della Francia; dall’altra, le restanti voci della spesa sociale in Italia sono a loro volta in forte riduzione, in particolare per quanto riguarda la spesa per la famiglia, metà   di quella tedesca, per la disabilità   e la casa.
Le statistiche possono anche infastidire, specie se si preferisce parlare a vanvera e continuare a chiedere la luna: hanno perಠil merito di fotografare la realtà   e aiutare a riflettere su come è cambiato e dovrà   adesso essere rivisto il modello sociale europeo.
Vale in particolare per l’Italia, un Paese che invecchia più degli altri e che meno degli altri si fa carico del futuro dei giovani sui quali non si puಠtrasferire oltre misura i costi delle pensioni degli anziani. La dolorosa manovra del governo Monti è criticabile per la distribuzione dei costi tra ricchi e poveri, molto meno per la revisione dei sistemi pensionistici e, in particolare, per il passaggio dal sistema retributivo, perlopiù a carico di chi verrà   dopo, a quello contributivo, costruito su quanto versato durante la vita lavorativa del pensionato.
Certamente non bastano queste misure a riequilibrare il nostro «modello sociale»: sono adesso urgenti interventi in favore della crescita, di una fiscalità   più equa, di un diritto del lavoro che cancelli la giungla del precariato e di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali.
Perchà© anche qui ci sono numeri e statistiche che gridano vendetta al cospetto di Dio. E delle sue creature più deboli, fino a oggi sorprendentemente pazienti.

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