Medio Oriente, la vulnerabilità dell’acqua potabile

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Le guerre in Medio Oriente sui loro  vari fronti non accennano a fermarsi. Continua infatti il dramma del popolo libanese trascinato dagli Hezbollah in una guerra che non voleva  e che, giorno dopo giorno, è sotto l’incessante fuoco di Israele. Le vittime sono già più di 700 e gli sfollati sono circa 800.000 su una popolazione di 5,5 milioni di abitanti. Intanto la guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran continua, con la risposta iraniana della chiusura dello Stretto di Hormuz,  gli attacchi di droni e missili verso i Paesi del Golfo,  legati economicamente agli  Stati Uniti o Paesi che ospitano basi militari statunitensi.

Missili, droni e altro materiale bellico si incrociano continuamente nei cieli del Medio Oriente. Ma lo scorso 8 marzo un drone ha avuto come bersaglio in Bahrein un impianto di dissalazione dell’acqua di mare per la trasformazione in acqua potabile. Un bersaglio che, se usato in futuro come arma da guerra, avrebbe una potenza distruttiva enorme e dalle conseguenze umanitarie incalcolabili per la regione.

I Paesi del Golfo Persico, infatti, caratterizzati da un clima desertico, dipendono, per la loro acqua potabile quasi completamente dai dissalatori. Sono impianti vulnerabili e strategici, oggi a portata di tiro dei droni iraniani.

Paesi come il Kuwait, il Qatar, gli Emirati Arabi uniti, il Bahrein ma anche l’Arabia Saudita concentrano sui loro territori circa due terzi delle capacità mondiali di dissalazione d’acqua marina da cui dipende la vita di circa cento milioni di persone per i loro approvvigionamenti idrici. Le percentuali di dipendenza di questi Paesi sono estremamente elevate, dal 93% del Kuwait a più del 50% per il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Anche l’Arabia Saudita attinge più del 70% dell’acqua potabile dai dissalatori per i suoi 34 milioni di abitanti, per l’agricoltura e per altre attività, non ultima l’esigenza di acqua per lo sviluppo di nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale.

Tutti i Paesi del Golfo e in particolare l’Arabia Saudita hanno investito i proventi della loro rendita petrolifera nei dissalatori, tanto da rappresentare circa il 60% della capacità globale di desalinizzazione, il 40% dell’acqua desalinizzata nel mondo, con circa 400 impianti nella regione. Non solo, molti impianti sono collegati a impianti di cogenerazione, vale a dire che anche raid contro centrali elettriche potrebbero fermare le infrastrutture idriche.

Certo è che la tensione in Medio Oriente sale sempre più intorno a queste vitali infrastrutture nei Paesi che più soffrono di carenze idriche. E questo malgrado il fatto che gli impianti idrici siano protetti da un Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra. Purtroppo, oggi, anche su questo il  diritto internazionale non sembra più avere voce in capitolo.

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