L’Unione Europea per la salvaguardia del pianeta

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Il nostro malandato Pianeta ha, tra gli altri problemi, quello di non votare, di non marciare con i trattori e di avere bisogno di cure costose per assicurarne il futuro. E la somma di questi limiti rende difficile trovare risposte condivise per garantirne la salvaguardia, tanto da parte dei Paesi di tutto il mondo, che continuano allegramente ad inquinare, tanto da parte della nostra Unione Europea, sfiancata da movimenti nazional-populisti e dai governi dei Paesi membri pronti a continue  retromarce pur di proteggere il consenso acquisito.

Le elezioni del Parlamento europeo il prossimo giugno saranno un appuntamento importante anche per il futuro del Pianeta che ospita anche la nostra Europa, quella che toccherà agli elettori europei mettere in salvo per le generazioni future.

Per la verità l’UE a questo compito si era applicata da tempo fin da quando, a Parigi nel 1972, il Consiglio europeo si impegnò per una politica ambientale europea, divenuta una competenza comunitaria con l’Atto unico del 1986 e materia affidata alla co-decisione tra Parlamento e Consiglio dei ministri con il Trattato di Maastricht. 

Ritroviamo questo impegno formulato in un contesto più ampio nel Trattato di Lisbona, attualmente in vigore, per perseguire l’obiettivo della “promozione sul piano internazionale di misure destinate ad affrontare problemi regionali o planetari dell’ambiente e, in particolare, la lotta contro il cambiamento climatico”. 

Nell’agenda della politica ambientale europea è stata una data importante l’11 dicembre 2019 quando la Commissione europea, da poco insediata sotto la presidenza di Ursula von der Leyen, propose il “Green deal” (Piano verde) che avrebbe avviato negli anni seguenti un cantiere con misure molto ambiziose per raggiungere nel 2050 l’obiettivo di zero emissioni di gas serra nell’UE. 

Purtroppo, appena due mesi dopo, la storia cominciò a remare contro: prima con l’irruzione della pandemia a inizio 2020, poi con l’aggressione della Russia all’Ucraina e, nell’ottobre scorso, con l’esplosione del conflitto israelo-palestinese: tre eventi drammatici con inevitabili conseguenze economiche e sociali che avrebbero pesato non poco sugli sviluppi della politica ambientale. Tra gli impatti più evidenti quelli del ritorno alle energie fossili e di una crisi economica che avrebbe allentato la crescita e fatto impennare l’inflazione.

Nonostante lo straordinario sforzo finanziario dell’UE con il “Piano di ripresa europea” dotato di 750 miliardi di euro, una parte consistente dei quali destinati alla transizione ambientale, i costi relativi a questa ambiziosa politica europea sono diventati difficili da sopportare da parte di Paesi già in affanno con le loro finanze pubbliche e da parte di governi timorosi di perdere consenso per i sacrifici richiesti.

Si è così andata delineando in questi ultimi mesi un rallentamento nella messa in opera di misure previste, e alcune già concordate, sia ricorrendo a sospensioni nella loro esecuzione, sia con deroghe e rinvii che stanno rischiando di snaturare il coraggioso disegno iniziale. 

Ne è un esempio evidente quanto avvenuto nei giorni scorso a fronte delle proteste degli agricoltori con le deroghe introdotte alla misura che prevedeva una quota, pur ridotta, di terreni da lasciare provvisoriamente incolti per ristabilire biodiversità a rischio o con la rinuncia a mantenere le misure contro i pesticidi, con gravi rischi per la nostra salute.

In questo contesto non aiuta la vigilia elettorale e il tradizionale “assalto alla diligenza”, pagato anche dal governo italiano, oltre che dalla cabina di regia di Bruxelles. Il risultato è un rinvio del problema alla futura legislatura UE che si aprirà dopo le elezioni di giugno. 

Un rinvio che non fa onore alla qualità della politica, nazionale ed europea, e che fa male al Pianeta e all’Europa, esposti entrambi a una comune sorte, quella del declino se non ci si ravvede in tempo.

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