Non è la prima volta che le Istituzioni europee, tanto dell’UE che del Consiglio d’Europa, denunciano i rischi per la libera espressione dei media, mentre ne difendono pluralismo ed indipendenza.
Per non risalire troppo indietro nel tempo, ci si può limitare a due recenti documenti intervenuti sul tema: nell’aprile del 2024, la “Direttiva sulla protezione delle persone attive nella partecipazione pubblica da domande manifestamente infondate o procedimenti giudiziari abusivi” e, nel luglio 2025, la “Relazione sullo Stato di diritto” della Commissione europea.
Non erano mancate nella “Relazione sullo Stato di diritto” numerosi richiami ai pericoli che corre una democrazia europea indebolita da mancate riforme o da permanenti infrazioni alle regole convenute nell’Unione Europea.
Sotto i riflettori della Commissione europea alcuni snodi centrali per una democrazia, come il funzionamento dei sistemi giudiziari, la lotta contro la corruzione, i controlli e i contrappesi istituzionali e la libertà e pluralismo dei media.
La relazione generale era accompagnata da un approfondimento sulla situazione dello Stato di diritto in Italia e non vi mancavano cattive notizie come, tra l’altro, l’eccessiva durata dei processi, i rischi di corruzione negli appalti pubblici, il ricorso frequente alla decretazione d’urgenza.
A proposito della libertà dei media in Italia la Commissione rilevava che “Pur essendo protetti da norme ed iniziative specifiche, i giornalisti continuano a incontrare ostacoli nell’esercizio della loro professione”. Un rilievo ancora confermato dalla nuova “Relazione 2026 sullo Stato di diritto”, presentata lo scorso 17 luglio.
Su quest’ultimo versante si era espressa la Direttiva citata del 2024, tornata l’altro giorno di attualità, all’origine dell’apertura di una procedura di infrazione per inadempienza a quanto stabilito dalla Direttiva a carico di 13 Paesi UE, tra i quali tre Paesi fondatori Germania, Paesi Bassi e Italia. Non è una buona notizia che metà dei Paesi UE siano oggetto di una procedura di infrazione per mancata salvaguardia per i giornalisti dalle “querele bavaglio”, azioni legali infondate ed abusive che mirano a mettere a tacere coloro che operano nell’interesse pubblico, compresi i difensori dei diritti umani e le organizzazioni della società civile.
E’ chiara la volontà da parte di chi usa “querele temerarie” con l’obiettivo di limitare la libertà di espressione, comportamento tanto più grave quando avviene ad opera di chi detiene il potere e siede al governo, compresa la presidente del Consiglio, inducendo comprensibili forme di autocensura in soggetti particolarmente esposti.
Adesso gli Stati UE interessati hanno due mesi di tempo per dare una risposta argomentata e convincente se vogliono evitare di essere condannati.
Non sembri questo intervento dell’UE un tema marginale, tanto meno nel quadro di un sistematico attacco alle regole dello Stato di diritto che si sta consumando un po’ ovunque nell’Unione Europea, l’ultimo solitario avamposto operante in favore della forza del diritto, ma già a sua volta in corso di smantellamento come sta avvenendo in materia di migrazioni e diritto d’asilo e non solo.
Considerazioni che valgono anche per l’Italia, questa “patria del diritto e del rovescio” dove la politica al potere si mostra sempre più insofferente sul rispetto delle regole, costringendo in alcuni casi il Presidente della Repubblica ad intervenire per difendere il rispetto della Costituzione, come avvenuto recentemente addirittura nei confronti del ministro della Giustizia.
Considerazioni che valgono ancor più nel contesto del disfacimento in corso del diritto internazionale sotto i colpi dei “predatori globali”, diventata ormai una prassi consolidata anche per un leader dell’ Occidente come Trump, la cui distanza dalla cultura giuridica liberale europea cresce di giorno in giorno, anche in vista delle prossime elezioni di mid-term americane il prossimo novembre.













