La strada in salita di Ursula nell’UE

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Non ci saranno vacanze per Ursula von der Leyen (VDL), presidente appena eletta del Parlamento europeo formatosi con le elezioni del 26 maggio scorso. E sarà anche più impegnativo l’autunno quando dovrà preparare squadra e programma in vista del suo insediamento ufficiale il 1° novembre, data alla quale entrerà in funzione anche Christine Lagarde alla presidenza della Banca centrale europea.

Una traccia di programma è già presente nel discorso di investitura pronunciato a Strasburgo il 16 luglio, provvisoriamente esplicitato in un documento più ampio, distribuito in quell’occasione agli europarlamentari, dal titolo “Un’Unione più ambiziosa” nel quale sono indicati i primi orientamenti politici per il suo programma.

Si tratta di due documenti interessanti, ma ancora troppo generici per consentirne una valutazione: senza contare che il loro obiettivo era fondamentalmente quello di allargare il consenso alla sua candidatura promettendo qualcosa a (quasi) tutti i gruppi politici. Il risultato è noto: il consenso ottenuto è stato molto risicato, le sono mancati decine di voti della sua potenziale maggioranza (Popolari, Socialisti e Liberali), non è riuscita a sedurre i Verdi nonostante aperture interessanti sull’ambiente e ha rimediato una maggioranza stentata grazie a grillini volteggianti e a sovranisti polacchi che cercheranno di passare alla cassa a riscuotere.

E’ con questa maggioranza frammentata e divisa che VDL dovrà fare i conti quando verrà il momento di formulare un programma più concreto insieme con la sua squadra. Un’impresa non facile quest’ultima, se davvero VDL imporrà una rigorosa parità di genere e vorrà comporre un equilibrio politico e geografico tra le candidature proposte, dopo la discutibile distribuzione di poltrone da parte del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo e la quarantena imposta in Parlamento ai sovranisti, a cominciare dalla Lega, vittima designata da  un’ampia intesa tra le forze politiche.

I candidati che selezionerà rispetto alle candidature proposte dai governi nazionali non potranno che essere uno per Paese: resta il problema del portafoglio da affidare, tenendo conto della rilevanza e dell’orientamento politico del Paese di origine oltre che delle competenze di ciascuno, il tutto sottoposto a esami approfonditi e “scrupolosi” (è il termine usato da Davide Sassoli, presidente del Parlamento) da parte delle commissioni parlamentari che già in passato hanno bocciato più di un candidato (per l’Italia è ancora vivo il ricorso non proprio incoraggiante di Rocco Buttiglione).

Una volta composta la squadra il collegio dei commissari, presieduto da VDL, dovrà accordarsi sul programma, mantenendosi coerente con quanto già dichiarato dalla presidente davanti al Parlamento per ottenere l’investitura: sarà un esercizio sul filo del rasoio, perché bisognerà navigare tra Scilla e Cariddi. Da una parte cercare di aumentare lo scarso consenso ottenuto in Parlamento (in particolare attirando i Verdi verso la maggioranza) e dall’altra non spingere le ambizioni oltre la soglia consentita da governi nazionali gelosi dei loro poteri e maggioritariamente orientati diversamente rispetto alle buone intenzioni manifestate da VDL.

Tutto questo da riuscire in tempi relativamente brevi, non solo per rispettare il calendario istituzionale previsto dai Trattati, ma più ancora per avere pronto un “governo europeo” in grado di far fronte alle molte turbolenze mondiali in corso e a quelle che inevitabilmente verranno.

Ma forse è proprio in salita che si impara presto, anche per non essere risucchiati indietro, verso un passato che vorremmo lasciarci alle spalle.  

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