La geografia del terrore

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Il Vertice della NATO della scorsa settimana aveva all’ordine del giorno discussioni e risposte da dare ai gravi conflitti che circondano l’Europa. Sul fronte meridionale, la risposta ai terrificanti mezzi usati dallo Stato Islamico (IS) per realizzare l’obiettivo della costituzione e dell’espansione di un Califfato sunnita è stata quella di gettare le basi di una coalizione internazionale, alla quale parteciperà anche l’Italia, che fronteggi e distrugga questo barbaro e inquietante disegno.

Ma se l’IS è oggi in prima linea nella guerra in Iraq e in Siria, perché di guerra si tratta, fatta in nome di una crociata jihadista che non manca di ingenti risvolti economici e finanziari, non si può ignorare l’ascesa di altri gruppi fondamentalisti che combattono, sempre in nome della jihad, e che segnano ormai con la loro terrificante presenza gran parte del Nord dell’Africa e del Medio oriente. Tante ormai infatti sono le sigle di organizzazioni alle quali ci stiamo progressivamente abituando attraverso un’attualità sempre intrisa di violenza, attentati e massacri e che guardano all’IS come fonte d’ispirazione.

La geografia del terrore porta infatti in vari Paesi, a cominciare dalla Nigeria. Il gruppo islamista Boko Haram, oggi presente soprattutto nel Nord Est della Nigeria ha intensificato in questi ultimi tempi la sua scalata al terrore: dal sequestro, in aprile, delle 200 studentesse di cui si sono perse le tracce alla proclamazione, fine agosto, di un “Califfato islamico” nel Nord del Paese, a riprova di una nuova strategia volta a controllare sempre più territorio nigeriano e ad imporre la Sharia (legge islamica). Più a Est, nel Corno d’Africa, stanno riprendendo vigore in Somalia le milizie islamiche di Al – Shabaab, legate ad Al Qaeda. Seminano terrore con attentati non solo in Somalia, ma anche in Kenya, come quello perpetrato nello scorso settembre in un mall di Nairobi, causando più di 60 vittime. Proprio la scorsa settimana, il leader di Al – Shabaab è stato ucciso in un raid aereo condotto dagli Stati Uniti. Spostandoci invece verso l’Africa Occidentale, è soprattutto Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) a destare concrete preoccupazioni. Sono jihadisti attivi soprattutto in Mali, Niger, Algeria e Libia, Paesi strategici per le loro ricchezze e equilibri energetici. In Libia, in particolare, dopo la caduta di Gheddafi a seguito dell’intervento NATO nel 2011, la situazione è precipitata in un caos politico e in una guerra civile nei quali le milizie jihadiste di Ansar al Sharia sono cresciute in modo inquietante, rendendosi protagoniste di queste nuove pagine di storia del Paese. A fine luglio, dopo la battaglia intorno a Bengasi, le milizie proclamano infatti lo “Stato islamico di Bengasi”, un’altra sorta di richiamo a quanto accaduto in Iraq con il Califfato dello Stato islamico.

Di fronte a questa situazione in cui terrorismo, jihadismo e fondamentalismo islamico si stanno intrecciando e consolidando e penetrano sempre più verso il cuore dell’Africa come una piovra, molti i Paesi, circa 40 secondo informazioni americane, che hanno risposto alla decisione della NATO di formare una coalizione per combattere lo Stato islamico in Iraq e in Siria. Tra questi,oltre agli Stati Uniti, buona parte degli Stati membri dell’Unione Europea, il Giappone, l’Australia, l’Arabia saudita, il Qatar, la Turchia. Un mondo che si mobilita militarmente, di nuovo, in un Medio Oriente dove l’antica e recente storia con l’Occidente continua ad approfondire un’ insanabile frattura politica e culturale. Con conseguenze ad oggi ancora imprevedibili sia sul piano della pace e di un impossibile dialogo sia su quello degli equilibri strategici regionali e internazionali.

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