L’immigrazione reale

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L’immigrazione legale continua a crescere ma più lentamente rispetto al passato; circa i due terzi degli immigrati in condizioni di irregolarità   con le norme del soggiorno sono entrati regolarmente e si sono poi protratti oltre i termini consentiti; si stima che solo il 10% circa dell’immigrazione illegale giunga via mare. Il flusso di lavoratori immigrati temporanei è circa tra volte più elevato di quello dei permanenti; le politiche che incoraggiano il ritorno in patria dei migranti hanno perಠavuto finora un impatto limitato: una percentuale compresa tra il 20% e il 50% dei migranti lascia il Paese ospitante entro cinque anni dall’arrivo, ma la maggior parte lo fa spontaneamente sulla base di motivazioni individuali, familiari o di opportunità   lavorative in patria. Inoltre, in Europa l’immigrazione contribuisce mediamente al 50% della crescita demografica, con punte dell’80% nell’Europa meridionale.
Sono alcuni degli aspetti delle migrazioni che emergono dalla consueta analisi effettuata dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) nel suo International Migration Outlook 2008, il Rapporto annuale in materia di migrazioni. Aspetti che dovrebbero costituire la base da cui partire per elaborare le politiche migratorie, troppo spesso invece determinate più da motivazioni politico-ideologiche che dallo studio della situazione reale.
Secondo il Rapporto, nel corso del 2006 (cioè l’ultimo anno di riferimento statistico) gli immigrati legali permanenti sono aumentati del 5% nei Paesi membri dell’OCSE, una crescita perಠfortemente ridotta rispetto al 12% del 2005 e al 18% del 2004. Complessivamente, circa 4 milioni di persone sono emigrate verso gli Stati membri dell’OCSE, il 44% per motivi di ricongiungimento familiare e il 14% per lavoro tra gli immigrati permanenti.
Mentre in termini assoluti gli aumenti più significativi dei flussi d’immigrazione si sono registrati negli Stati Uniti (che hanno ricevuto circa un terzo del flusso permanente con 1,3 milioni nel 2006), nel Regno Unito (340.000) in Spagna, Canada e Germania, in rapporto alla popolazione totale Irlanda, Nuova Zelanda e Svizzera hanno ricevuto i flussi più significativi mentre anche Portogallo, Svezia e Danimarca hanno rilevato incrementi superiori al 20%; in Austria (-18%) e Germania (-11%) invece le diminuzioni più consistenti. L’Irlanda, ad esempio, ha registrato un aumento di immigrazione del 66% negli ultimi sei anni, la Finlandia del 40%. In alcuni Paesi come Giappone, Germania e Ungheria, il contributo dell’immigrazione non ha permesso di portare in positivo il saldo demografico nel 2006, mentre nei Paesi dove la popolazione è in aumento l’immigrazione contribuisce già   per il 40% alla crescita, con punte dell’80% nei Paesi dell’Europa meridionale.
Il flusso di lavoratori temporanei si è attestato nel 2006 sui 2,5 milioni nell’area dell’OCSE, circa tre volte il numero dei lavoratori permanenti che perಠnel periodo 2003-2006 sono aumentati del 40% contro il 15% dei lavoratori temporanei. La maggior parte degli ingressi temporanei per lavoro riguarda manodopera straniera poco qualificata, nonostante molti Paesi OCSE si contendano i lavoratori migranti altamente qualificati in una sorta di »tratta dei cervelli».
Oltre alla tradizionale distinzione tra lavoratori permanenti e temporanei, il Rapporto introduce quest’anno anche la categoria «free movement», cioè i lavoratori che si muovono all’interno delle aree di libero scambio come l’Unione europea e l’Australia-Nuova Zelanda. Considerando l’area dell’UE, questo tipo di immigrazione riguarda oltre la metà   dei lavoratori immigrati permanenti di Austria, Belgio, Danimarca e Germania ma meno del 20% in Francia, Portogallo e Italia. In generale a livello dell’OCSE, nel 2006 il 60% delle migrazioni ha avuto carattere transeuropeo, mentre al di fuori dall’Europa, nel resto dei Paesi OCSE, il 50% dei migranti è rappresentato da asiatici. Una quota sempre maggiore di immigrati latinoamericani sceglie quali Paesi di destinazione il Portogallo e la Spagna, mentre la Cina è in testa tra i Paesi d’origine dei migranti con l’11% del totale, seguita da Polonia e Romania (entrambe intorno al 5-6%).
Per la prima volta dal 1987 il numero dei richiedenti asilo è sceso sotto i 300.000. Gli Stati Uniti continuano a essere il principale Paese di arrivo, con 41.000 richiedenti asilo, seguiti da Canada, Francia, Germania e Regno Unito (tutti tra i 20 e 30 mila). Il Rapporto osserva come l’asilo sia sempre meno una fonte di immigrazione permanente nei Paesi OCSE, dato che le domande d’asilo sono in costante diminuzione e i tassi di accettazione delle stesse raramente superano il 20%.
Il Rapporto mette poi in evidenza un dato interessante: il 60-65% degli immigrati irregolari sono giunti nel Paese di destinazione attraverso vie legali e sono «overstayer», cioè persone che si sono trattenute più a lungo di quanto consentito dal visto di ingresso. In alcuni casi, come quello del Giappone, gli overstayer raggiungono addirittura il 75%. Secondo l’OCSE, questo «suggerisce che è difficile ridurre l’immigrazione irregolare attraverso misure di solo controllo delle frontiere. Queste misure non tengono in considerazione il fatto che molti immigrati sono in grado di entrare nel Paese legalmente per cercare lavoro subito dopo il loro arrivo». Ma si tratta di una ricerca alimentata dalle richieste del mercato del lavoro non soddisfatte dai canali dell’immigrazione legale, sottolinea il Rapporto: «Quando esistono reali necessità   del mercato e i datori di lavoro hanno mezzi limitati per reclutare lavoratori all’estero, l’ingresso illegale, seguito dalla ricerca del lavoro e dal protrarsi della permanenza, è una delle strade usate per bilanciare la domanda e l’offerta, sebbene non necessariamente sia la più vantaggiosa per gli stessi immigrati e per il mercato del lavoro del Paese ospitante». I dati mostrano quindi come l’elemento principale per contrastare l’immigrazione illegale dovrebbe essere l’apertura di canali legali d’immigrazione, non solo per lavoratori altamente qualificati: questo è ciಠche chiedono i mercati del lavoro nei Paesi OCSE e in Europa ma su cui la risposta politica è ancora insufficiente, a partire dal Patto su immigrazione e asilo proposto dalla presidenza di turno francese.
Il Rapporto prende in esame anche la situazione italiana, che si attesta al di sotto della media OCSE con un incremento di immigrazione legale nel 2006 del 3%. L’Italia perà², insieme a Spagna e Irlanda, è tra i Paesi europei che nel 2006 hanno visto aumentare di più il tasso di occupazione degli immigrati, che rappresentano l’8,6% della forza lavoro cioè il 3,5% in più rispetto al 2002. Inoltre, il tasso di occupazione tra la popolazione immigrata residente in Italia è dell’81,9% per gli uomini e del 49,9% per le donne: in entrambi i casi si tratta di valori più alti di quelli relativi alla sola popolazione italiana, rispettivamente al 69,6% e 46%. Praticamente uguale alla media dei cittadini italiani invece il tasso di disoccupazione per gli uomini stranieri (5,7%) e più elevato per le donne straniere residenti in Italia (12,4% contro 8,5%).
In generale, osserva il Rapporto, nei Paesi OCSE i lavoratori immigrati rappresentano una percentuale significativa della forza lavoro, pur con sostanziali differenze tra Paesi: dal 3% della Finlandia al 12% di Belgio e Francia, al 25% di Svizzera e Australia, fino al 44% del Lussemburgo.
Persistono perಠevidenti differenze di reddito: a eccezione dell’Australia, nei Paesi OCSE il salario medio di un lavoratore immigrato è inferiore in media del 14% rispetto a un lavoratore locale, con punte del 20% negli Stati Uniti. E non è certo di gran consolazione constatare, come fa il Rapporto, che la differenza di compensi tra immigrati e autoctoni è comunque inferiore a quella tra uomini e donne.

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