Kyoto e i cambiamenti climatici, ovvero il grande mercato dell’aria

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La Commissione europea ha presentato il 27 ottobre scorso il rapporto relativo ai progressi compiuti dagli Stati membri (Ue 15) per la realizzazione degli obiettivi sottoscritti dall’Unione europea nel quadro del Protocollo di Kyoto.
Avendo come punto di riferimento i livelli del 1990, l’Unione europea e gli Stati membri si erano impegnati a ridurre dell’8% le loro emissioni di gas a effetto serra (in particolare il CO2) per il periodo 2008-2012. Il rapporto della Commissione, benchà© non estremamente inquietante sui risultati ottenuti finora, suona tuttavia come un accorato campanello d’allarme, mettendo in evidenza il grande rischio di non raggiungere l’obiettivo fissato se gli Stati membri non rafforzano e moltiplicano immediatamente gli sforzi fatti finora nelle loro politiche ambientali.
Fra gli Stati membri che, a diversi livelli e percentuali, devono congiuntamente raggiungere l’obiettivo dell’8% nel periodo fissato, sette Stati membri prevedono già   che le loro emissioni supereranno il livello autorizzato dall’»accordo di ripartizione dell’impegno Ue» e cioè Austria, Belgio, Danimarca, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.
Il Protocollo di Kyoto, concluso nel 1997 nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha definito l’impegno dei Paesi sviluppati a ridurre le loro emissioni di gas a effetto serra del 5,2% in media nel periodo 2008-2012.
Ma nà© gli Stati Uniti, nà© l’Australia hanno ritenuto opportuno ratificare il Protocollo, anche se, da soli, rappresentano più del 35% delle emissioni di gas dei Paesi industrializzati. Paesi in grande espansione economica, inoltre, come il Brasile, la Cina, l’India e l’Indonesia, sono Parti del Protocollo, ma non hanno obiettivi di riduzione delle emissioni.
Il Protocollo di Kyoto prevede vari strumenti per raggiungere gli obiettivi fissati. In primo luogo, ovviamente, l’adozione di politiche nazionali adeguate quali il miglioramento dell’efficienza energetica, la promozione di forme di agricoltura sostenibile, lo sviluppo di fonti di energia rinnovabile, ecc.
In secondo luogo e per facilitare, in termini economici, la realizzazione degli obiettivi sottoscritti dai Paesi industrializzati, il Protocollo ha previsto anche la possibilità   di ricorrere a tre meccanismi, detti di «flessibilità  », basati sulla cooperazione fra le parti contraenti.
Questi meccanismi sollevano tuttavia inquietanti interrogativi. Il primo si riferisce alle quote d’emissione e permette di vendere o comperare dei diritti ad emettere gas fra Paesi industrializzati. A ciascun paese firmatario del Protocollo sono state infatti attribuite delle quote d’emissione che vengono poi redistribuite fra le varie imprese nazionali. Quelle imprese che superano il massimale assegnato hanno tuttavia la possibilità   di vendere i loro «diritti ad inquinare» ad altre imprese meno inquinanti. In Europa, 5000 imprese sono già   coinvolte in questo mercanteggiamento e negli Stati Uniti (che malgrado la non ratifica del Protocollo si sono impegnati ad una riduzione del 7 %) si è addirittura giunti a vendere e comprare carbonio al Chicago Climate Exchange. A detta degli esperti in materia, pare si facciano affari d’oro.
Il secondo meccanismo, chiamato «attuazione congiunta», permette a due Paesi industrializzati di raggiungere i loro obiettivi di riduzione delle emissioni attraverso un investimento. In Europa, l’attuazione congiunta di riduzioni di gas permette, ad esempio, a delle imprese occidentali, di investire in Paesi dell’Est in progetti di ristrutturazione e riduzione delle emissioni di gas. Sostituire, in una vecchia centrale, il carbone con il gas naturale come fonte di produzione d’elettricità  , potrebbe bastare ad un impresa occidentale per evitare di adattare la propria tecnologia, spesso più complessa e costosa. E tutto questo grazie ad un effetto di rapporti di forza: dato che nell’Est oggi si inquina di meno, vista la situazione industriale dopo il crollo del muro di Berlino, si rendono disponibili quote eccedenti da rivendere.
Ma ancora più inquietante, forse, è il meccanismo di «sviluppo pulito», che permette ad uno Stato industrializzato di investire in un Paese in via di sviluppo per ridurre le emissioni di gas e di adattare, di conseguenza, le proprie emissioni. àˆ in questo contesto che l’Unione europea moltiplica i suoi sforzi per vendere tecnologie pulite ai Paesi del Sud del mondo. Ma basta ad una impresa inquinante di uno Stato industrializzato del Nord comperare distese di terre in Paesi in via di sviluppo e piantare alberi che assorbano le emissioni di gas, per ottenere di conseguenza i crediti di carbonio necessari per continuare ad emettere CO2 nel proprio Paese. Senza badare a tutti gli effetti negativi che un tale investimento nel Sud puಠavere sull’ecosistema, sulla vita delle popolazioni e sulle loro culture. In Europa abbiamo già   alcuni esempi di questo tipo d’attività  .
àˆ ormai sotto gli occhi di tutti quanto i cambiamenti climatici portino con sà© disastrosi fenomeni di siccità  , alluvioni e altro che, in fondo, si sono evidenziati in uno spazio di tempo alquanto ridotto. Ma le previsioni a lungo termine sono estremamente preoccupanti, non solo a livello ambientale, ma anche per le sue ricadute economiche e sociali.
àˆ vero che nell’insieme il cambiamento climatico è un processo a lungo termine e che gli obiettivi di riduzione delle emissioni devono essere aumentati significativamente nel tempo, se si vuole veramente ed efficacemente lottare contro questo fenomeno. Ma è urgente agire fin da ora, perchà© l’umanità   non puಠpiù permettersi di aspettare un tempo indefinito e in funzione delle capacità   delle imprese ad adattarsi senza perdere profitti.

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